Mi sono resa conto che da lì si può partire, per vedere le cose in maniera diversa.
Ci sono dei mondi nascosti, degli immaginari sommersi e da lì ci si può immaginare sommersi. Se lo si fa all’interno delle parole, un po’ si sensibilizza quel catalogo degli sguardi, che possiamo un po’ sensibilizzare.
Se consideriamo proprio la parola Errore, in un semplice gioco letterario, sappiamo che dentro c’è la parola Eroe. E uno dice:
– Vabbè è un caso, perché si vede: è lampante.
Quando qualcuno mi dice che è un caso, io gli dico va bene e uno si può fermare lì.
Ma se mi spingo un po’ oltre, se metto in campo questo catalogo degli sguardi allora, lo dovrei trovare solo lì. E allora mi dico:
– Sì, effettivamente Lidia, dovrei evitarlo l’errore: l’errore bisogna evitarlo.
Ma la costa strana e interessante è che dentro la frase L’errore bisogna evitarlo, se si vanno a togliere tutte quelle letterine lì che non ci piacciono, troviamo un’altra frase, che è L’errore sogna vita.
Lì uno dice:
– No, aspetta: non è più un caso. Perché poteva andare bene una volta. Due volte già è un po’ diverso.
Uno ci pensa un po’ di più e mi è capitato di pensarci un po’ di più. Mi dico:
– Va bene. Allora: se l’eroe è dentro l’errore, bisogna avere coraggio per poter operare in maniera consapevole, perché se tu sbagli, tu erri in maniera inconsapevole.
Ma prova a sbagliare in maniera consapevole: non ci riesci.
Quando mi capita che gli insegnanti mi chiedono delle linee guida, dei pacchetti già prestabiliti di risposte, delle chiavi di lettura, io dico che dobbiamo parlare di scarabocchi. Lo scarabocchio ci interessa poco, perché c’è poco da poter analizzare.
Prova a fare uno scarabocchio in maniera consapevole: non ci riesci. Perché l’errore, quando è ricercato, è difficilissimo, è un’opera d’arte. E allora mi dico:
– Va bene, se funziona quell’errore, sarà anche lì un caso. Anche se l’eroe sogna vita, l’errore bisogna evitarlo.
E allora prendiamo un’altra parola che ci riconduce all’errore. Prendiamo la parola Sbaglio.
Anche qui succede una cosa interessante, perché nella parola Sbaglio, se togli quella S e ci aggiungi qualcos’altro, lo sbaglio ricorda un po’ l’abbaglio. Giustamente uno dice:
– Ho preso un abbaglio questa mattina: è sbagliato!
E quando avviene l’abbaglio? Se ci pensiamo bene, l’abbaglio avviene quando c’è tanta luce e da qui – mi viene un po’ da ridere – mi son detta:
– Un po’ nei percorsi di vita, anche con amici è capitato il Domino Poetico, quel gioco che facciamo proprio sulla scia dell’errore, senza sapere quello che ti capita dopo, ma riuscendo a trovare un anello di congiunzione, che possa legare due cose.
L’errore ti seleziona quel momento, lo sa fare proprio quel gioco, che a noi piace tanto fare con le parole, perché siamo innamorati di parole. Quel gioco di selezione moltiplica sottraendo, perché noi creiamo nuovi significati togliendo roba
E qui, dall’errore, dallo sbaglio, dall’abbaglio, dalla troppa luce, si passa anche al discorso dello scarto. Perché quello abbiamo fatto: noi abbiamo preso delle lettere che non ci servivano, le abbiamo scartate.
Ci sono tantissimi progetti sul territorio, non solo non solo dove abito io, dove proprio lo scarto e ci porta a riflettere che lo scarto è prezioso quanto lo scelto, proprio per questo discorso del parole
Che poi si potrebbe fare anche un altro discorso sulla parola legare: è tutto un discorso su come si guardano le cose. Se si è attenti, si è consapevoli del fatto che si sta guardando solo da un proprio punto di vista, non dal tutto. E che quindi quella cosa, l’errore, la sto guardando dalla mia finestra di osservazione. Devo essere certa e sicura che non è la vicenda del gruppo, è solamente una parte.
Bateson ce lo diceva che dobbiamo mischiare i pezzi, per poter tirare fuori nuove idee.
Io penso che tra l’errore e l’eroe, tra lo sbaglio e l’abbaglio si potrebbe ragionare un po’ in merito a questo. L’errare non solo come sbagliare, come abbagliarsi, l’errare anche come procedere senza una mèta.
Ci sono degli errori famosi molto importanti, come la penicillina: non la voleva inventare. Vagava per varie stare. Ed è capitato. Sì, è un errore, funzionale, ma è proprio nell’errare, quando ti capita, devi girate attorno al blocco, alla sua impalcatura.
Noi siamo legati al centro della Terra per la forza di gravità, ma ad ogni passo, in realtà, noi perdiamo l’equilibrio. Noi procediamo, andiamo avanti, erriamo, sbagliamo, procediamo per errori. Perché in quel momento, mentre alziamo il piede e lo portiamo avanti di un passo, in realtà stiamo cadendo. Non cadiamo perché dietro a quell’errore ne sta partendo un altro, che l’altro piede. C’è questo questo legame, di cui parlavamo prima.
La caduta fa parte della vita, però anche qui le parole ci vengono in soccorso se non le guardiamo solo da un unico punto di vista, perché dentro la parola Caduta, sempre facendo lo scarto, c’è un’altra parola, che è la parola Cauta.
La caduta cauta. Perché c’è Cauta dentro la parola Caduta? Non si sa. Sono tutte congetture, divagazioni che stanno nella mia testa, però può essere un caso che l’errore contenga l’eroe, la caduta la cauta? La caduta cauta può essere un errore tentato in maniera consapevole? Il mio procedere, il mio errare, il mio vagare senza una meta ha al suo interno qualcosa di cauto, di calcolato?
Spesso mi capita quando si portano i bambini fuori. Dicono:
– Vabbè, ma piove. Ci sono i sassi. Mamma mia: c’è un buco. E se si fanno male?
C’è un rischio, che è calcolato, che è quello della caduta, ma in ogni rischio non c’è necessariamente un pericolo.
E quindi non lo so le fesserie che ti ho detto possono essere utili oppure no.
Però ecco: il catalogo ragionato, che sto pensando insieme a Chiara Scardicchio, il Catalogo sragionato degli sguardi può essere utile a tutto questo: quello che dice Chiara, dell’infinitamente piccolo che è all’interno dell’infinitamente grande e viceversa.
Può avere un senso l’eroe dentro l’errore, la caduta cauta. Ma resta il fatto che se vuoi sbagliare in maniera consapevole, non ci riesci. E questa secondo me è alla base di ogni tipo di ragionamento che possiamo fare.
Qui io e te possiamo parlare fino a domani
Però, se tu vuoi sbagliare, resta questo codice: se tu vuoi sbagliare, non ci riesci.
Quello che avviene in maniera miracolosa all’interno di un errore, il miracolo dell’eroe, che all’interno dell’errore, avviene solo mentre stai errando, mentre stai vagando verso un’ipotetica meta e ti perdi. Se lo vuoi fare in maniera consapevole, non ci riesci.
Ma tu sorridi perché non sei d’accordo o sorridi perché sei d’accordo con me?
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Sono una di quelle persone cresciute con i videogiochi. In questo credo di essere assimilabile ad alcuni di voi, ma a un certo punto ho visto nel videogioco non solo un passatempo, ma anche un mondo creativo, un mondo lavorativo e, soprattutto, un linguaggio con cui raccontare storie.
In inglese play identifica il gioco, ma anche suonare uno strumento musicale, recitare. È una parola polisemica che significa tante cose, perché il gioco è
tante cose. Eppure, soprattutto nel lessico italiano che è molto ricco, ancora oggi ha dei connotati un po’ negativi: “Smettila di giocare… questo non è un gioco…”. Quanti dei vostri genitori vi dicono di smetterla di giocare? Non dico di stare dieci ore al giorno a giocare. Nessuna cosa in eccesso va bene. Il videogioco va preso con parsimonia come tutto, ma ci insegna tante cose.
Non parlo solo del videogioco. Intendo anche andare in strada, il gioco fisico, il gioco all’aria aperta, il gioco in scatola, lo sport, perché si imparano tante cose giocando: rispettare le regole, perché ogni gioco ha delle regole e bisogna avere fair play; imparare a perdere, gestire la rabbia e la frustrazione quando si perde, perché un atleta che gioca accetta la sconfitta.
Molti giochi hanno bisogno di essere giocati in squadra: bisogna imparare ad amarsi, a conoscersi e a capire l’altro, in modo tale da essere più bravi in quella disciplina.
Nei bambini e nei ragazzi che giocano poco, questo poco è direttamente correlato al loro successo futuro. Tanti studi sono stati fatti sulla popolazione carceraria. Quasi sempre sono storie di deprivazione del gioco: c’è un nesso diretto. Per tanti motivi serve creare tanti parchi giochi, tante occasioni di gioco, quanto più sono difficili le situazioni familiari, quanto più si vive nelle periferie e nelle zone a diversa culturalità.
La potete disegnare, potete scrivere libri e avete anche un’altra opzione: utilizzare i videogiochi come strumento che condensa testo, immagini, parti di interazione, parti tecniche e molto altro. Soprattutto il videogioco può essere un modo di concepire la quotidianità: uno spazio politico e sociale.
Sono veramente tanti. Almeno una volta l’anno, tre miliardi di persone su sette giocano. In Italia sono dodici milioni su sessanta milioni. Se tutti insieme giocano un gioco che aiuta la ricerca medica, mentre si gioca in realtà si partecipa a parti della stessa ricerca: una massa enorme di persone alla fine generano molti più risultati rispetto a pochi ricercatori. Ci sono dei giochi incredibili per il morbo di Alzheimer, per la riabilitazione fisica e per i deficit dell’attenzione.
C’è un videogioco che negli Stati Uniti Sea Hero Quest: è prescrivibile come una medicina: mentre si gioca vengono stimolate parti del cervello che aiutano a mantenere l’attenzione verso un personaggio o verso un altro. Ha avuto l’abilitazione medica superando sei anni di test.
Tematiche di genere, razziali, identitarie: stanno accadendo tante di queste cose dentro i videogiochi. Spesso arrivano a scuola. Qualcuno di voi, utilizzando Minecraft, avrà visto che è possibile creare luoghi storici, imparare la matematica, la geometria o le lingue.
Assassin’s creed è entrato nelle scuole per l’apprendimento della storia. Sono prodotti che non nascono come educativi ma che lo diventano. Accadono cose molto belle: forme di classe capovolta dove è il docente a imparare dai bambini. Si creano nuove forme di apprendimento basate sul fare.
Satoshi Tajiri è nato in un villaggio piccolissimo. Ha passato i primi vent’anni della sua vita andando nelle foreste in cerca di insetti per collezionarli. Da lì è nata poi l’idea dei Pokémon, che sono andati poi in tutto il mondo, come cartoni animati, fumetti e videogiochi. È una storia incredibile. Tra l’altro è affetto da sindrome di Asperger. Malgrado sia una delle persone più ricche e famose del mondo, esistono solo due interviste.
Nel caso di Pokemon Go, si va in strada, si inquadra la strada e appaiono le creaturine. Per sbloccarne cento bisogna camminare davvero. Per sbloccarle tutte, le persone hanno percorso settanta, ottanta chilometri a piedi, perdendo sette, otto chili. I videogiochi possono essere un incredibile strumento per motivare le persone ad andare in strada. E se qualcuno paga, le fa apparire. Se un museo partecipa a questa pesca comprandole, le paga 12 euro l’una. Durano una mezz’ora, un’ora e attraggono le persone.
Ci sono anche se sembrano digitali, con delle storie, a volte incredibili. E sono dei grandi creativi.
A luglio inauguro Play, una mostra alla Reggia di Venaria. Sarà la prima mostra qui in Europa, per far capire come i maestri dei videogiochi siano fortemente influenzati dall’arte. Nella stessa sala troverete quadri di De Chirico, di Kandinsky e, di fianco, un videogioco e noterete che non ci sono differenze estetiche, perché i maestri dei videogiochi spesso si sono ispirati ai grandi maestri dell’arte e viceversa: i grandi artisti di oggi si ispirano ai videogiochi. Avremo delle foto di un fotografo inglese che si chiama Robbie Cooper, che sta spendendo tutta la sua vita fotografando le persone e a fianco, le foto degli avatar che le stesse persone utilizzano nei videogiochi.

Si vedono le somiglianze e le differenze: come una persona si percepisce. Ci sono delle foto belle e tragiche. C’è quella di un bambino affetto da una grave malattia, perennemente intubato, che quando gioca è un soldato, con una corazza fortissima. Ci sono molte di foto e di questo tipo. C’è una persona che nella vita reale è un impiegato integerrimo, sempre con la cravatta e col completo, che nel videogioco si vede come un super punk. Ci sono molte scene stordenti di questo tipo, perché oggi molti imparano e si esprimano di più nei mondi digitali che nello spazio fisico.
Questo è ciò che accade ai videogiochi. Sono un grande calderone, ma anche un luogo dove girano dei soldi: un mondo lavorativo. Forse ritroverò qualcuno di voi fra qualche anno, a lavorare nell’industria dei videogiochi. Perché per fare un videogioco serve qualcuno che sa programmare, con una forte componente tecnica e tecnologica, perché si utilizzano tanti linguaggi. Serve qualcuno che sa disegnare, qualcuno che fa l’animazione, qualcuno che scrive, qualcuno che immagina il mondo di gioco, chi compone le musiche. C’è chi si occupa degli aspetti più commercial, della comunicazione ed è uno dei settori che oggi è in grado di assorbire più persone.
È la parte più difficile, perché non si insegna a scuola. Ci mancava tanto nella formazione. Quella mancanza ha pesato tanto.
Ogni oggetto polveroso che è nelle teche dei musei, un bassorilievo, un quadro, una statua, porta con sé un’infinita dote di storie, che possono essere attualizzabili. Perché in fondo quello che sappiamo è che, il primo libro che ci è pervenuto, che ha 5000 anni e che esiste ancora, sembra che sia del 2000, perché c’è una storia d’amore, una lotta iniziale fra due persone. E poi, queste due persone, che all’inizio si odiavano, diventano amici. E poi, quando uno dei due muore, c’è tutta una scena dell’altro che si dispera. E sullo sfondo c’è la natura.
Qualsiasi oggetto nasconde temi come l’amicizia, la vita, la morte, l’amore l’odio, che sono sempre gli stessi e che non cambieranno mai. Cambia ciò che c’è dietro o di lato, ma le storie sono sempre le stesse.

Fate anche piccole cose. Raccontate la vostra giornata: è molto utile. Poi, piano piano, chi vorrà, sappia che esistono ormai università in Italia dove si studia la creazione dei videogiochi.
Io ho studiato archeologia, perché ai miei tempi non si poteva ovviamente ancora studiare i videogiochi. Quando dissi ai miei genitori di archeologia, la presero malissimo, figurariamoci i videogiochi. Oggi, invece, potete scegliere. Ci sono tante scuole ormai, anche molto buone.
Sappiate che si può imparare a creare i videogiochi, i giochi in scatola, i giochi di carte. Ci sono corsi in cui si impara a creare i giocattoli. Al Politecnico di Milano c’è un master in design dei giocattoli. I ragazzi iscritti sono quasi tutti cinesi. Vengono dalla Cina per imparare e poi la produzione la fanno in Cina. Ci sono corsi in cui si impara a creare i parchi gioco di nuova generazione. Tutto questo è un mondo che ora è a vostra disposizione.