con i banchi come un teatro
un posto dove aggiungere molti colori alla giornata
un armadio per raccogliere le cose fatte da tutti durante la storia
un prato per stare a piedi nudi.
Un posto dove si sta comodi, seduti per terra
dove costruire silenzio e rumore
dove si fa yoga per la mente
dove si incontrano tutti,
una stanza fra cinema e realtà.
La nostra aula ha una grande terrazza e un orto per la merenda,
ha il cassetto grande, delle cose dimenticate e di quelle ritrovate,
ha un barattolo enorme, che sembra vuoto e invece contiene le emozioni,
ha molti schermi e tenda dove avvengono le cose.
La nostra aula è un trasformatore di ricordi
con molte finestre per guardare fuori e divani per tutti, anche per i professori.
La nostra aula ha il soffitto di vetro, si vede il cielo, anche quando piove,
ha le pareti come un grande acquario, fra cielo e mare,
ha un tappeto enorme, morbido e trasparente per terra.
La nostra aula, più che un’aula, è una biblioteca di notte,
è sempre aperta e senza tempo,
ha i soffitti alti e al centro cresce un ciliegio con i fiori rosa che cadono giù.
La nostra aula è la prof sull’albero di ciliegio.
Le cose dei docenti che mettono in azione il verbo fare,
di quelli che considerano tutti i giorni giorni straordinari,
di quelli che trasformano la realtà con gli studenti,
dei docenti quelli che osano, che osano sempre.
Le cose dei docenti che guardano da angolazioni diverse,
di quelli che ci coinvolgono sempre, sinceri ed elastici,
di quelli che stanno insieme a noi e che sanno di avere davanti persone, non carte.
Le cose dei docenti che ci cambiano la vita almeno una volta, che sanno insegnare l’anormalità migliore.
Li abbattiamo i muri e con i cocci costruiamo i ponti. Più spesso li scavalchiamo.
Perché insieme superiamo la struttura rigida della scuola e il rifiuto del cambiamento.
Perché insieme superiamo la timidezza.
Perché insieme affrontiamo le persone estranee, nonostante la sofferenza e il coma interiore.
Vogliamo superare la paura di non sentirci all’altezza,
superare il pregiudizio quando non ci conosce nessuno.
La sentiamo la paura di iniziare di nuovo mille volte,
ma la paura si supera, va via facendo esperienze.
Vogliamo superare muri che non si vedono,
e uscire dal buio del cuore a mille.
Per sapere che questo avviene qui, perchè lo facciamo noi, insieme.
Per parlare di cose che amiamo, in simbiosi con gli altri.
Per sviluppare i poteri della libertà e trasmettere conoscenza.
Per ascoltare le parole che tornano: pezzi di me negli altri.
Per l’unico pianeta che abbiamo,
per provare emozioni, come quando parliamo di cose fuori dalle righe.
Per provare a stare, come se fossimo ad un tavolo attorno ad un albero,
come se fossimo attorno a un campo di calcio,
come quando ci ascoltano ed è bello,
come quando vediamo i loro sguardi che ci fanno capire che ci siamo,
come quando ci coinvolgono,
quando non c’è un motivo vero per distrarci.
Sono una di quelle persone cresciute con i videogiochi. In questo credo di essere assimilabile ad alcuni di voi, ma a un certo punto ho visto nel videogioco non solo un passatempo, ma anche un mondo creativo, un mondo lavorativo e, soprattutto, un linguaggio con cui raccontare storie.
In inglese play identifica il gioco, ma anche suonare uno strumento musicale, recitare. È una parola polisemica che significa tante cose, perché il gioco è
tante cose. Eppure, soprattutto nel lessico italiano che è molto ricco, ancora oggi ha dei connotati un po’ negativi: “Smettila di giocare… questo non è un gioco…”. Quanti dei vostri genitori vi dicono di smetterla di giocare? Non dico di stare dieci ore al giorno a giocare. Nessuna cosa in eccesso va bene. Il videogioco va preso con parsimonia come tutto, ma ci insegna tante cose.
Non parlo solo del videogioco. Intendo anche andare in strada, il gioco fisico, il gioco all’aria aperta, il gioco in scatola, lo sport, perché si imparano tante cose giocando: rispettare le regole, perché ogni gioco ha delle regole e bisogna avere fair play; imparare a perdere, gestire la rabbia e la frustrazione quando si perde, perché un atleta che gioca accetta la sconfitta.
Molti giochi hanno bisogno di essere giocati in squadra: bisogna imparare ad amarsi, a conoscersi e a capire l’altro, in modo tale da essere più bravi in quella disciplina.
Nei bambini e nei ragazzi che giocano poco, questo poco è direttamente correlato al loro successo futuro. Tanti studi sono stati fatti sulla popolazione carceraria. Quasi sempre sono storie di deprivazione del gioco: c’è un nesso diretto. Per tanti motivi serve creare tanti parchi giochi, tante occasioni di gioco, quanto più sono difficili le situazioni familiari, quanto più si vive nelle periferie e nelle zone a diversa culturalità.
La potete disegnare, potete scrivere libri e avete anche un’altra opzione: utilizzare i videogiochi come strumento che condensa testo, immagini, parti di interazione, parti tecniche e molto altro. Soprattutto il videogioco può essere un modo di concepire la quotidianità: uno spazio politico e sociale.
Sono veramente tanti. Almeno una volta l’anno, tre miliardi di persone su sette giocano. In Italia sono dodici milioni su sessanta milioni. Se tutti insieme giocano un gioco che aiuta la ricerca medica, mentre si gioca in realtà si partecipa a parti della stessa ricerca: una massa enorme di persone alla fine generano molti più risultati rispetto a pochi ricercatori. Ci sono dei giochi incredibili per il morbo di Alzheimer, per la riabilitazione fisica e per i deficit dell’attenzione.
C’è un videogioco che negli Stati Uniti Sea Hero Quest: è prescrivibile come una medicina: mentre si gioca vengono stimolate parti del cervello che aiutano a mantenere l’attenzione verso un personaggio o verso un altro. Ha avuto l’abilitazione medica superando sei anni di test.
Tematiche di genere, razziali, identitarie: stanno accadendo tante di queste cose dentro i videogiochi. Spesso arrivano a scuola. Qualcuno di voi, utilizzando Minecraft, avrà visto che è possibile creare luoghi storici, imparare la matematica, la geometria o le lingue.
Assassin’s creed è entrato nelle scuole per l’apprendimento della storia. Sono prodotti che non nascono come educativi ma che lo diventano. Accadono cose molto belle: forme di classe capovolta dove è il docente a imparare dai bambini. Si creano nuove forme di apprendimento basate sul fare.
Satoshi Tajiri è nato in un villaggio piccolissimo. Ha passato i primi vent’anni della sua vita andando nelle foreste in cerca di insetti per collezionarli. Da lì è nata poi l’idea dei Pokémon, che sono andati poi in tutto il mondo, come cartoni animati, fumetti e videogiochi. È una storia incredibile. Tra l’altro è affetto da sindrome di Asperger. Malgrado sia una delle persone più ricche e famose del mondo, esistono solo due interviste.
Nel caso di Pokemon Go, si va in strada, si inquadra la strada e appaiono le creaturine. Per sbloccarne cento bisogna camminare davvero. Per sbloccarle tutte, le persone hanno percorso settanta, ottanta chilometri a piedi, perdendo sette, otto chili. I videogiochi possono essere un incredibile strumento per motivare le persone ad andare in strada. E se qualcuno paga, le fa apparire. Se un museo partecipa a questa pesca comprandole, le paga 12 euro l’una. Durano una mezz’ora, un’ora e attraggono le persone.
Ci sono anche se sembrano digitali, con delle storie, a volte incredibili. E sono dei grandi creativi.
A luglio inauguro Play, una mostra alla Reggia di Venaria. Sarà la prima mostra qui in Europa, per far capire come i maestri dei videogiochi siano fortemente influenzati dall’arte. Nella stessa sala troverete quadri di De Chirico, di Kandinsky e, di fianco, un videogioco e noterete che non ci sono differenze estetiche, perché i maestri dei videogiochi spesso si sono ispirati ai grandi maestri dell’arte e viceversa: i grandi artisti di oggi si ispirano ai videogiochi. Avremo delle foto di un fotografo inglese che si chiama Robbie Cooper, che sta spendendo tutta la sua vita fotografando le persone e a fianco, le foto degli avatar che le stesse persone utilizzano nei videogiochi.

Si vedono le somiglianze e le differenze: come una persona si percepisce. Ci sono delle foto belle e tragiche. C’è quella di un bambino affetto da una grave malattia, perennemente intubato, che quando gioca è un soldato, con una corazza fortissima. Ci sono molte di foto e di questo tipo. C’è una persona che nella vita reale è un impiegato integerrimo, sempre con la cravatta e col completo, che nel videogioco si vede come un super punk. Ci sono molte scene stordenti di questo tipo, perché oggi molti imparano e si esprimano di più nei mondi digitali che nello spazio fisico.
Questo è ciò che accade ai videogiochi. Sono un grande calderone, ma anche un luogo dove girano dei soldi: un mondo lavorativo. Forse ritroverò qualcuno di voi fra qualche anno, a lavorare nell’industria dei videogiochi. Perché per fare un videogioco serve qualcuno che sa programmare, con una forte componente tecnica e tecnologica, perché si utilizzano tanti linguaggi. Serve qualcuno che sa disegnare, qualcuno che fa l’animazione, qualcuno che scrive, qualcuno che immagina il mondo di gioco, chi compone le musiche. C’è chi si occupa degli aspetti più commercial, della comunicazione ed è uno dei settori che oggi è in grado di assorbire più persone.
È la parte più difficile, perché non si insegna a scuola. Ci mancava tanto nella formazione. Quella mancanza ha pesato tanto.
Ogni oggetto polveroso che è nelle teche dei musei, un bassorilievo, un quadro, una statua, porta con sé un’infinita dote di storie, che possono essere attualizzabili. Perché in fondo quello che sappiamo è che, il primo libro che ci è pervenuto, che ha 5000 anni e che esiste ancora, sembra che sia del 2000, perché c’è una storia d’amore, una lotta iniziale fra due persone. E poi, queste due persone, che all’inizio si odiavano, diventano amici. E poi, quando uno dei due muore, c’è tutta una scena dell’altro che si dispera. E sullo sfondo c’è la natura.
Qualsiasi oggetto nasconde temi come l’amicizia, la vita, la morte, l’amore l’odio, che sono sempre gli stessi e che non cambieranno mai. Cambia ciò che c’è dietro o di lato, ma le storie sono sempre le stesse.

Per me è molto facile parlare di amore e di passione per queste cose, perché sono musicista. Sin da piccolina io avevo la passione per la musica, ma anche per per l’italiano, per la letteratura. Al liceo avevo la passione per la filosofia e mi piaceva anche il teatro. Mi piacevano le feste, perché con gli amici si condivideva il ballo, la danza, la musica, la passione per l’aggregazione per le feste. Questa passione non è mai cambiata: le tecnologie cambiano. È un po’ come il pane di Matera, che ha una struttura antropologica. Il suo disciplinare, perfetto, non cambia mai. Il pane rimane uguale a se stesso nei secoli.
Veramente porta a livelli molto, molto alti. È una cosa che io definisco ecologica: ti fa arrivare dritto al cuore delle persone. La musica è l’unica arte impermanente: nasce e muore nello stesso tempo in cui nasce, come il carro della Bruna, che viene fatto per essere distrutto. Ed è come il pane, che viene mangiato per essere poi consumato tutti i giorni.
Queste cose si chiamano impermanenti. Hanno un’importanza fondamentale. Certe volte non ce ne rendiamo conto, ma senza di loro, senza la musica, non potremmo vivere. Com’è possibile emozionare attraverso un’onda sonora che va e che muore in silenzio? Com’è possibile che alcune canzoni rimangono nel tempo una specie di monumento nazionale artistico?
La sfida è arrivare nel cuore delle persone, perché questa cosa riguarda proprio i vostri cieli, che sono i nostri cieli. Arrivare al cuore significa scardinare quella specie di pudore che tutti abbiamo quando sentiamo una grandissima emozione dentro. Ci hanno abituati a soffocarla quell’emozione, a tenerla dentro, a far sì che non venga fuori la lacrima. Ci si vergogna a far vedere l’emozione che può derivare da una musica o anche da un film dove c’è la musica. Senza la musica quel film non sarebbe emozionante. Questo per dirvi quanto è difficile trattenere l’emozione e quanto è difficile allo stesso tempo esprimerla: è una cosa che libera.
Vi assicuro che se io sbaglio giornata e non ho niente da dire in un concerto, è una sconfitta. Ogni volta, quando inizia un nuovo anno di conservatorio, mi chiedo sono capace di insegnare. Quest’anno, sarò capace di comunicare ai miei studenti qualcosa che vada al di là delle note? Qualcosa che li faccia diventare degli artisti veri? La musica è una cosa bellissima se viene fatta con passionalità, col cuore, con l’emozione che viene.
Non potete immaginare cosa procura a un pubblico. In un attimo, nella musica nasce un’altra composizione dall’errore. Nasce un’altra cosa. Qualcosa di molto più creativo, perché si utilizza quell’errore come pretesto. Nel jazz è molto facile che avvenga. Quando l’errore mi è capitato, ho sempre avuto il pubblico tutto dalla mia parte. Veniva fuori con la mia umanità: l’umanità di chi fa l’errore, perché l’errore fa a parte della natura umana. Dall’errore si impara tanto. Non bisogna mai arrendersi. Bisogna solo comprenderlo, perché tutti sbagliamo.
La musica solleva le tensioni emotive, calma da sempre. Da sempre questo è il ruolo della musica e non siamo diversi. Siamo identici. Come duemila anni fa, la musica, placa, fa riflettere. Quante volte ci siamo innamorati ascoltando un pezzo! È una specie di sinestesia: un insieme di sensazioni sensoriali che vi portano in un preciso momento. La musica funge da memoria storica. Ha valori incredibili.
Hanno la stessa capacità di portarci con loro. Utilizzano il corpo e la possibilità di tirare fuori veramente tutta l’anima da dentro. Quando tu hai dentro il teatro, quando ci sei dentro, non vuoi uscirne mai più, per tutta la vita. Quando si accendono le luci, si accendono le stelle. E tu dici cose che hanno molto senso per l’umanità. Nel teatro, se c’è un messaggio, c’è una verbalizzazione insieme al corpo. Senza corpo, non esiste teatro. Il teatro e la danza sono parola e corpo, spazio e tempo. Avviene una magia, una sospensione del tempo e dello spazio. Le persone rimangono attaccate alle sedie, ve lo assicuro.
Quando ho scelto di fare la musicista, ho unito tutte le cose che sapevo. Avevo fatto il liceo: mi era comunque servito a conoscere la letteratura e la filosofia mi sono resa conto della bellezza di tutto questo. La musica è stata un pretesto per riunire tutte queste conoscenze, tutte queste sapienze. E credo che anche per voi sarà la stessa cosa.
Domani non vi spaventate. Non vi spaventate. Unite le emozioni, con un lungo il filo rosso. Unite tutte le vostre sapienze già da adesso. Unitele tutte per i prossimi anni, assieme alle esperienze che fate tutti i giorni con gli amici, con la famiglia, con i viaggi. Unite le vacanze. Questo filo rosso mettetelo in un cerchio come state già facendo. Unite tutte queste esperienze e sapienze.
Non lo siamo più noi. Siete voi l’educazione delle nostre future generazioni. L’educazione sarà la vostra.

Mabasta-Movimento anti bullismo nasce nel 2016, quando frequentavo il primo superiore. Avevo 14 anni. Una ragazza di Pordenone aveva deciso di aprire la finestra e di buttarsi giù. Era vittima del bullismo. Per fortuna una tapparella aperta aveva attutito l’impatto. Si fece molto male ma riuscì a sopravvivere. I genitori pubblicarono la notizia su Facebook. La cosa arrivò fino a Lecce e noi decidemmo di trasformare la nostra rabbia in opportunità.
È stato semplicemente andare nelle piazze a Lecce, chiedendo a tutti i passanti di fare l’urlo Mabasta. Un polverone dal basso anzi, dal bassissimo, partito da ragazzi di 14 anni, che in pochi giorni diventò un urlo nazionale. Eravamo tutti ragazzi di 14 15 anni, ma nel corso del tempo questo movimento promosso da adolescenti ha avuto un altro significato perché man mano che andavamo avanti altri ragazzi diventavano dei piccoli Mabasta. Diffondevano le nostre idee: adottavano il modello e il nostro pensiero. Alla fine quel movimento antibullismo si è trasformato in tutti voi.
Da oltre venti anni gli adulti provano a risolvere il bullismo, cercano di fare qualcosa di concreto, ma non riescono a risolvere questo problema perché non è un loro problema: è un nostro problema. Dobbiamo essere noi ad affrontarlo.
Il Presidente Mattarella, vari ministri, vari attori, vip del mondo dello spettacolo, dello sport. Abbiamo incontrato Sangiovanni, Roberto Mancini. Immaginatevi dei ragazzi di 14-15 dal Presidente della Repubblica. Fa un certo effetto.
Adesso, facendo mente locale, vi dico che il più grande incontro, completo da molti punti di vista è stato quello con Tom Holland, Spiderman. Quattro quindicenni a Roma, che cercavano di raggiungere con Google Maps questo posto, dove stava Holland. Arriviamo sulla terrazza di questo palazzo e vediamo lui. Ci aveva fatto un videomessaggio dall’America e ci voleva incontrare a Roma. Per noi era una persona importante. Dovevo spiegargli che la maglietta era sua. Come si fanno queste cose quando non sai l’inglese? A gesti. Quindi facciamo sul palco questa cosa con la maglietta. Poi noi quattro ci mettiamo sul lato e i fotografi fanno le foto con tremila scatti. Che ci facevano Roma quattro ragazzi con Spiderman, che manco l’inglese parlavano. Il motivo era molto semplice. Spiderman da ragazzo era stato vittima di bullismo e noi eravamo ragazzi che combattevano i bulli. Quando ci ho parlato meglio ho capito che gli eroi non sono quelli che hanno dei superpoteri.
Spiderman salva le vite con le ragnatele. Noi di Mabasta e tutti voi che seguite diamo il superpotere piccolo di parlare. Se incominciassimo a usare la parola per far del bene, anziché essere indifferenti, se incominciassimo a usarla per salvare qualcuno. Quello che dico potrebbe essere realtà, perché il tema del bullismo è la morte della vittima. Se noi con una sola parola riusciamo a salvare quella vittima, se riusciamo a tenerla, le salviamo con la vita e siamo degli eroi. Quando la dirigente vi chiama con il magone alla gola, perché quello che fate salva una vita, è la soddisfazione più grande.
Io mi definisco un banalissimo ragazzo normale che vuole usare la parola. Le azioni sono rivolte a voi. Sta a voi fare le vostre e attuare Mabasta. Mabasta non ha un costo. Potete applicarlo domani a scuola, basta andare sul sito mabasta.org. Potete farlo voi singolarmente o con tutta una classe. Oppure potete espandere questo modello a tutte le classi vicine e avere qualcosa in comune con altre classi.
La prima azione è quella di eleggere all’interno della vostra classe un docente referente per il bullismo. Deve essere eletto da voi come una semplice e banale elezione di classe: è quel docente col quale vi sentite più al sicuro e più preparati nel raccontare quello che sapete e quello che vedete all’interno della classe.
È sul sito. Vi servirà per sondare la situazione della classe, un questionario facile e anonimo. Potete raccontare come vi sentite e se c’è qualcosa che non va. Il vostro Maba_Prof potrà leggere senza sapere chi ha scritto e potrà dare una mano alla classe, in caso di problemi. Vi chiediamo di essere molto, molto sinceri.
È il cuore di Mabasta. Si tratta di eleggere due vostri compagni di classe, che potranno captare eventuali casi di bullismo. Sono quelli che in genere stanno in mezzo per mettere pace. Una volta eletti, questi bulliziotti hanno compiti molto importanti: creare un contro branco, un gruppo di amici che ti voglio fare del bene, che hanno il potere di parlare, per far comprendere ai bulli e bulle che stanno sbagliando.
Abbiamo avuto la possibilità di parlare con ex bulli che ci hanno raccontato il peso della vita. Il bullo si comportava così perché molte volte a casa il piatto era vuoto, oppure perché non sapeva di avere degli amici. Picchiava il più debole per avere l’applauso degli altri. Pensava che chi applaudiva fosse suo amico. In realtà non era così. Chi applaude teme il bullo, teme di essere picchiato
Deve far comprendere ai bulli che se evitassero di prendere a pugni e insultare gli altri, avrebbero davvero degli amici. Vi posso assicurare che se noi, con parole gentili, facciamo comprendere al bullo che sta completamente sbagliando, che è fuori rotta, il bullo il novanta per cento delle volte cambia, da così a così.
Se un bullo non comprende che sta sbagliando, che ha seri problemi, i poliziotti devono parlare con un adulto. Noi possiamo operare le prime due settimane, ma se non ci riusciamo, dobbiamo chiamare un adulto, bisogna andare dal maba_prof o da un altro adulto, da un genitore e dire quello che sappiamo. Perché gli adulti possono intervenire e risolvere il caso subito. Non significa essere una spia. Significa essere ragazzi eroi. Significa che voglio salvare la vita di un compagno.
Un altro compito molto importante dei bulliziotti è quello di aiutare le vittime. Sono vittime perché ancora non hanno compreso le loro difficoltà, i loro pregi e i loro difetti, perché non hanno avuto la fortuna di avere tanti amici. In questo modo la vittima potrà confrontarsi con qualcuno e potrà crescere.
Solo essere amici delle vittime: è una legge della natura. Se cresce il confronto, le vittime comprendono realmente chi sono, comprendono i loro punti di forza e di debolezza e poi davvero cambiano.
Immaginate nella vostra classe, in un angolo, un ragazzo timido e chiuso. Non parla con nessuno. Lo bullizzano. Fino a quando un giorno non si alza qualcuno e si avvicina, perché pensa: “Ma andiamo a vedere perché sto ragazzo sta così.” E così si avvicina. Capisce che in realtà J-Ax non è diverso. Parlano e diventano amici. Il ragazzo timido comprende che ha delle potenzialità. Da grande diventerà J-Ax. Adesso chi ha aiutato J-Ax si vanta di essere il miglior amico di J-Ax, ma non lo sa che è un eroe: ha salvato una vita senza volerlo. Se quel ragazzo non si fosse mosso dal suo banco, non avremmo un J-Ax. Avremmo un’altra vittima, che avrebbe aperto le finestre e che forse si sarebbe buttato giù.
Col bullismo è fondamentale che ognuno di noi faccia qualcosa. Non possiamo dire: “C’è chi fa per me”. Non è così. Dieci persone sono meno di undici. Dodici è meglio di undici. Ognuno di noi può fare la differenza. Il motto l’unione fa la forza non è mai stato così giusto come nel caso del bullismo.
In ogni scuola una scatola, per imbucare informazioni in modo anonimo. Ognuno di voi, per una volta, invece di fare barchette e palline, può prendere un foglio e scrivere una sola frase con cinque parole: “In questa classe c’è bullismo”. Mettere il nome della classe, i nomi delle vittime e imbucarlo. La scatola viene posizionata in punto strategico della scuola. Quanto ci vuole a fare questa cosa? 5 minuti. In 5 minuti abbiamo salvato la vita, l’intera vita di qualcuno.
Sul nostro sito c’è una bullibox virtuale: un bottone così grande. Ragazzi, non si può non vederlo. Sopra sta scritto SEGNALA. Se cliccate sopra, vi chiede solo tre cose, fondamentali: il nome del comune. Il nome della scuola, il nome della classe in cui c’è bullismo. Se volete, aggiungete una piccola descrizione. E inviate. Quanto ci vorrà per fare quest’azione? Un minuto. Noi possiamo intervenire subito.
È l’obiettivo del modello Mabasta. Andate sul sito e scaricate un modulo. Ogni studente della classe firma e testimonia l’assenza totale del bullismo. Si invia la foto del modulo firmato da tutti gli alunni. La classe riceve la locandina di Classe Debullizziata, da mettere sulla porta dell’aula. Quella diventa una classe rara, perché oggi essere una classe senza violenza è una classe rara.

Anche perché vorrei dire a tutti che anch’io mi sono formato nella vostra scuola: è un motivo in più e di orgoglio per me esserci.
Mi ha portato fino a 24 anni, con in mano la laurea il master. A quel punto, mi sono chiesto chi sono, cosa sono in grado di fare, se so fare qualcosa, se il mercato mi apprezza. Questa risposta l’ho avuta dopo tre anni. Da lì, sui progetti, conoscenze e rapporti: da cosa nasce cosa. Abbiamo iniziato mettendo su una realtà che è partita dall’Internet Of Things.
Con due progetti presentati alla SMAU di Milano, la fiera dell’informatica, credo la più importante in italia. Abbiamo acquisito la prima fiducia di alcuni clienti e abbiamo iniziato il nostro primo progetto a Matera. Per farla breve, abbiamo iniziato a sviluppare le prime applicazioni Samsung. Alcune delle app che voi utilizzate e che si scaricano da Play Store vengono fatte dai ragazzi dietro di me qui a Matera. C’è tutto un percorso aziendale che ci ha portato oggi a lavorare con grandi clienti.
Andiamo a migliorare tutte quelle linee dei processi di produzione che avvengono nelle grandi aziende. Facilitiamo chi lavora all’interno dell’azienda con queste soluzioni e sistemi innovativi. Oggi siamo una realtà siamo 36 ragazzi. Speriamo e auspichiamo con gran forza che ci siano nuove leve, nuovi ragazzi che si avvicinino al campo dell’informatica, perché noi saremmo pronti ad accoglierli.
Ci auguriamo che i ragazzi si avvicinano a questo mondo, perché prima di tutto è bello. Mi permetto di dire che è divertente ai ragazzi senza mete: qui si divertono.
Ci vuole un po’ di sacrificio, dare fiducia, capire realmente le forze che ha un team, che non sono quelle di nostre solitarie. In un team c’è un qualcosa in più per il nostro lavoro: questo è fondamentale.
Tutti noi abbiamo creduto nell’open space, perché l’obiettivo è la condivisione: qualsiasi cosa che io non so me la può dire il mio collega. Ci confrontiamo non solo nei momenti di pausa, al caffè o a pranzo. Lavorare in team è aiutarsi uno con l’altro, scambiarsi, condividere idee e questo crea un valore che da soli non saremmo in grado di generare. Per ogni team c’è un progetto. Ogni team ha 4-5 persone.
Arrivano da soli a volte, inaspettati, ricercati altre volte. Noi già dopo tre anni abbiamo avuto i risultati che speravamo e oggi siamo quasi impressionati dalla mole di lavoro che abbiamo, dalla tutto ciò che ci circonda e ci auguriamo di continuare sempre in questo modo. Soprattutto lo facciamo in una terra che è presente: la stessa dove siete voi.
Posso dirvi che è il piacere di iniziare un nuovo percorso: è un pensiero che hai sempre, davvero anche la notte. L’importante è avere il piacere credere in quello che fai. Automaticamente ti vien voglia di farlo il prima possibile. A prima mattina. Così sono arrivato al punto dove sono oggi. E mi auguro di continuare sempre di più lungo questo percorso.

Mi sono sempre chiesto in che modo potessi essere utile rispetto al mondo. Ho scoperto che oltre ad esserlo attraverso il volontariato e l’impegno civico nel sociale, si può essere utili anche attraverso il lavoro.
Se riesci a capire che ruolo ha il tuo lavoro all’interno del mondo in cui sei, scopri qualcosa del tuo lavoro che può tornare molto utile alle persone che ti stanno intorno. Nel mio caso proprio credo sia stato eclatante, perché io ho scelto un lavoro che ha a che fare con la comunicazione. Quello che mi viene chiesto è di prendere un prodotto, un servizio, una causa e trovare il modo più adatto per farli comprendere.
La cooperazione è la modalità attraverso la quale io ho scelto di stare insieme ad altre persone, per fare quello che faccio. Il lavoro che faccio è un elemento di maggiore utilità rispetto al mondo che mi sta intorno. La cooperativa è un’impresa come tutte le altre, ma è un’azienda che ha una forma diversa da quelle tradizionali, perché le persone che lavorano con te sono tutte allo stesso livello e hanno tutte la proprietà dell’azienda. Ma ha anche con un obiettivo importantissimo, che non è secondario, ma centrale rispetto alla stessa natura della cooperativa: generare un impatto rispetto al territorio. Lo facciamo in maniera orizzontale. Lo facciamo in modo equo, in modo sostenibile. I lavori che si fanno non sono lavori tanto per, ma hanno sempre un senso.
Questo è un tema che vi invito ad approfondire anche con i vostri professori: l’impatto che hanno le vostre azioni, anche piccole. Riguarda il perché mi alzo alle cinque di mattina. È la vostra domanda.
Anche le piccole azioni possono avere un effetto grande in prospettiva. E una comunicazione fatta bene riesce a dare a un piccolo gesto un senso più ampio.
Oggi mi sono svegliato alle cinque per lavoro, per andare a Taranto: una città che ha vissuto e che vive ancora oggi problemi giganteschi. Sono andato a Taranto per presentare un progetto di comunicazione che stiamo facendo con due piccole imbarcazioni di pescatori: persone che si alzano, loro sì, alle 5 di mattina e fanno una cosa, diciamo, abbastanza piccola. Il nostro Mar Mediterraneo è completamente pieno di immondizia per colpa nostra. I pescatori, quando vanno a pescare, gettano le reti e quando le raccolgono, si ritrovano un po di pesce e tantissima immondizia. Il progetto di comunicazione afferma che è loro quell’immondizia: la raccolgono, la portano a riva insieme a tutto il pescato e la distribuiscono nei cassonetti della differenziata. In un certo senso diventano spazzini del mare. Questa cosa piccola in realtà è diventata una specie di modello di riferimento: .piccole imbarcazioni lo stanno facendo. I pescatori con imbarcazioni più grandi, che hanno reti ancora più grandi, già stanno guardando a questo modello con attenzione, per poter fare anche loro la stessa cosa. Immaginate: se tutti lo facessero a livello nazionale, significherebbe che potremmo in qualche modo limitare i danni che noi stessi facciamo.
Vi faccio questa domanda perché io ne ho due. Ne ho una sul braccio, una di quelle da Capitan Harlock, tipo quella dei pirati e poi ne ho un’altra che mi sono fatto da adulto, qui: in mezzo agli occhi.
Ogni mattina, quando mi sveglio e mi lavo, vedo queste cicatrici che mi dicono che sono orgoglioso di loro, di questa qui soprattutto, perché me la sono fatta il giorno che stavamo andando a ritirare da una tipografia dei giornali. Era una rivista che facevamo. Si chiamava L’Impaziente. Ero insieme al mio migliore amico, che era la persona che lavorava con me. Era mio socio, stava nell’impresa. Praticamente vivevamo insieme. Era il periodo dell’università. Praticamente abitava con me, lavoravamo insieme, dormivamo insieme.
Immaginate quanto poteva essere grande questa amicizia e questa persona, che purtroppo non c’è più. La cicatrice me la sono fatta con lui. Stavamo andando a ritirare questi giornali che erano un prodotto del nostro lavoro. Siccome eravamo un po’ sfigati, avevamo una macchina, la Panda. Non quella che conoscete voi, la Panda. Il modello di prima, molto prima. Quando aprivi il cofano, qualcuno doveva tenere aperto il portabagagli. Avevamo tutti questi giornali. Insomma, a questo mio amico è scappato lo sportello del portabagagli e quello si è chiuso proprio in fronte a me, qua. Mi sono aperto la fronte.
Mi sono fatto questa ferita per una cosa alla quale noi tenevamo tantissimo: la realizzazione di questa rivista. Era un giornale di inchiesta. Parlavamo di tutti i problemi del mondo. Proponevamo delle soluzioni. Il fatto che me la sia fatta insieme a questo mio amico che purtroppo non c’è più, il fatto che sia successo con una macchina sfigatissima, che per fortuna non abbiamo più, è un secondo me per me una cosa una cosa bella. Io adesso ho una bella macchina, perché avere quella Panda, che si schiude in fronte è una cosa bella da raccontare, se succede una volta.
Questo discorso delle cicatrici, questo elemento delle cicatrici io lo ritrovo anche nell’idea del mio lavoro. Perché anche il lavoro che faccio, in un certo senso, è rappresentato da questa cicatrice, che non si toglierà mai. Me la porto qui, in mezzo agli occhi: è impossibile non vederla. Perché è un’esperienza che voglio continuare a fare. Voglio continuare a fare il lavoro che faccio così come lo faccio. Significa che ha voglio continuare a farlo finché campo: non saprei fare altro.
Il primo consiglio che mi permetto di darvi: attenzione alla scelta della scuola superiore. Non si tratta di sapere che cosa fare da grandi: se riuscite ad individuare, anche solo un piccolo stimolo nel percorso scolastico di una scuola, provate a valorizzarlo.
Il consiglio che vi do, ragazzi e ragazze, è quello di seguire le vostre passioni, di essere coscienti del fatto che anche le piccole cose che fate possono generare un impatto grande: dalla scelta della scuole superiori, al comportamento rispetto all’ambiente nel quale viviamo, al lavoro che farete
Il fatto che mi sia accaduto tutto quello che mi è successo, la cicatrice, l’amico mio che non c’è più, il giornale che non facciamo più, l’incontro con i pescatori di Taranto, tutto questo oggi, per me è un fatto importante ed è importante non solo perché io lo faccio con passione, ma perché ha un senso e genera un risultato anche rispetto alle cose del mondo.
Ne ho costruiti tantissimi e continuo a costruirli, anche veri, con mio figlio che ha 8 anni e che mi mi chiede di costruirli insieme a lui. Io non lo so in realtà, non so se ne valga veramente la pena, non so dirlo adesso. Rispetto alle cose che ho fatto, sì. Se devo pensare alle cose che ho fatto, le rifarei tutte, forse non tutte allo stesso modo, Rifarei tutti i castelli che ho fatto, anche se il mare li ha disintegrati. Perché ogni castello che ho fatto mi ha lasciato qualcosa.
Ma ci sono alcuni castelli veramente belli: arriva l’onda grande e li cancella. Tu sei soddisfatto, ma arriva quest’onda e te li cancella. Diciamo che non è bello. Bisogna avere la forza di accettare il fatto che tu puoi fare anche una cosa bella ma non è detto che funzioni, perchè c’è sempre qualcosa di esterno che può metterla in discussione.
I castelli: farne tanti, ma un certo punto iniziare anche a capire in che modo proteggerli, perché il mare, sì, va bene: si porta via il castello e lo potete rifare, ma a un certo punto iniziate a capire anche cosa è veramente importante per voi.
Perché è vostro, perché ci avete messo impegno perché, ha un valore anche se ha valore soltanto per voi: è una cosa vostra. Anche un’idea che avete, un lavoretto che avete fatto, un’ambizione, una strada che volete seguire. Accettare che i castelli vengano sempre cancellati dal mare non va bene Fateli adesso, ma a un certo punto, fate a quel cavolo di castello delle mura di cinta altissime, per evitare che che si possa distruggere, con una porta per far entrare sempre la gente.

Mi sono innamorato degli studenti. Non era il mio amore la scuola, ma se non fossi entrato, non l’avrei scoperta. Non avrei mai fatto in vita mia l’insegnante. Entrandoci ho scoperto un mondo meraviglioso. E lì ho capito una cosa. Che bisogna buttarsi nelle cose. Bisogna spesso dire sì. Sì, proviamo. Sì, vediamo di che si tratta.
Quando eravamo lì a fare i voti sulle pagelle, a fine anno, mi dicevo:
Ma com’è che non riesco a trasmettere a questi ragazzi questa voglia di imparare.
Allora ho smesso di fare l’imprenditore e ho deciso di portare tutto quello che avevo imparato nella scuola. Quando ho iniziato quello che sto per raccontarvi, meravamo fuori. Eravamo folli. Non seguivamo il programma ministeriale. Forse facevo un terzo o un quarto di quello che raccontava il Ministero. Gli studenti iniziavano a vincere premi. Premi e riconoscimenti. Soprattutto internazionali.
I contadini non se la prendono mai con le piantine, se non crescono nel modo giusto. Dobbiamo comprendere che se la piantina non cresce come desideriamo, dobbiamo cambiare qualcosa. Cambiare comunicazione, con quella persona in particolare. Perché è facile, facilissimo insegnare ai bravi. Noi dobbiamo invece concentrarci sugli altri.
I bravi sono bravi. Ai bravi diamo la possibilità di volare. Ai meno bravi dobbiamo parlare in maniera diversa. E tutti abbiamo una particolarità speciale. Voi non lo sapete. Voi siete fortunati a partecipare a questo progetto che spiega cose che da tanti anni io amo. Voglio cercare di spiegarvi che ognuno di voi è speciale.
Voi siete fortunati. Noi docenti, in genere, non ve lo facciamo capire che ognuno di voi è speciale. Non ve lo chiediamo neanche. Noi entrato in classe, spieghiamo la nostra materia, ci arrabbiamo se non la studiate, vi mettiamo brutti voti se non la studiate: non siamo mai a dire:
Ok. Non ti piace la matematica. MA cosa ti piace? Cosa ami? In quale ambiente ti ami?
All’inizio, magari, non rispondete. Ma poi stuzzicati, iniziate a venire fuori e a dire:
A me piace lo skateboard. Non vedo l’ora di uscire per andare a correre con gli amici. Prendere gli skate e fare acrobazie.
A quel ragazzo che mi dice questo, io dico:
Bellissimo! Fichissimo. Che ne diresti se iniziassimo a progettare una nuova tavola? Progettiamo un nuovo skate. Una nuova forma, una nuova grafica.
Lì, vedi che il ragazzo accende gli occhi:
Come? A scuola mi dici di disegnare un nuovo skate?
Certo.
E tu che ti vergogni di dire che ami giocare alla Playstation…
Ok. Fichissimo. E se inventassimo un gioco? E’ più fico giocare o creare un gioco a cui ci giocano gli altri. Ti piace seguire la moda? Bellissimo. E’ più bello seguire la moda o cimentarsi a disegnare qualcosa? A provare a cucire, a mettere su una nuova gonna, una felpa diversa con una grafica particolare.
In questa scuola spingo i miei ragazzi ad inventarsi una start-up. Devono inventare un nuovo servizio, un nuovo prodotto. Qualcosa da mettere sul mercato.
Una classe ha inventato delle felpe, un’altra ha inventato un nuovo modo di vendere l’olio extravergine d’oliva. Ora una classe sta lavorando per vendere diversamente le frise. Stiamo inventando il Lecciopoli: vogliamo che si venda che si venda tanto. Ci stiamo divertendo da matti a creare tutte le pedine, tutte le cose le carte di probabilità e imprevisti: da noi si chiamano Mancu li cani e Iata a mie. Guardiamo proprio l’aspetto economico della cosa. Siamo in contatto con un’azienda di Torino che ce lo pubblicherà e i ragazzi stanno imparando che a marzo devono consegnare tutte le grafiche, se vogliono che a giugno si cominci ad arrivare al materiale realizzato. Perché a settembre deve essere fatta la promozione e il marketing, se vogliamo che a Natale sia un oggetto di punta. Abbiamo perso forse due, tre settimane per capire cosa volevamo fare. Una volta capito, non ho spiegato nulla alla lavagna: abbiamo fatto come fa un imprenditore, cominciando a buttarci proprio nel mercato. Realizziamo come fa un imprenditore, perché quel prodotto lo vogliamo veramente mettere sul mercato, per fare i soldi.
Perché poi i ragazzi vendono questi prodotti: l’olio viene venduto realmente, le felpe vengono vendute. Abbiamo la cooperativa che vende bene. Il ragazzino di 14 anni, 15 anni può guadagnare fino a 1.500, 1.800 euro al mese, praticamente con la sua invenzione.
Nel caso del Lecciopoli, per questo gioco, proprio l’altro giorno ho parlato con il signore di Torino che mi ha fatto una domanda:
Ma volete che noi siamo editori o soltanto gli stampatori? Se dobbiamo essere noi gli editori i 13, 15mila euro che servono per stampare 1000 giochi non ce li date, ma il gioco il nostro: voi progettate tutto e i soldi li mettiamo noi. Avrete diritto ad una percentuale.
L’alternativa è che dobbiamo cacciarli noi quei soldi: il signore il stampa e giochi sono nostri, i guadagni sono nostri. Ma per partire dobbiamo avere quei 13 15 mila euro. Allora, trattandosi di Lecciopoli, sulle varie pedine della tavola noi non metteremo Viale dell’Università o Via Imperatore Adriano che vie di Lecce, ma quel negozio di occhiali, quel negozio di abbigliamento, quel negozio di scarpe: quelli che probabilmente ci daranno 800, 1000 euro per stare su quella tavola. Sponsor particolari, diversi perché stanno sulla tavola. Dico sponsor diversi perchè possono essere attratti: c’è questa voglia di dire: pur di dare una mano a questi ragazzi, di dare loro una spinta, sì, va bene.
Quando mi propongono cose, rispondo: Fallo. L’unico modo per scoprire se viene bene è farlo. Allora vedete ragazzi che hanno questa voglia di fare, questa voglia di mettersi in gioco. Mettiamoci a disposizione dei ragazzi. Chiediamo loro.
…Disegni così bene. Non me l’hai detto che disegni così bene.
Mettetevi nei panni di quel ragazzo: la settimana prossima la sua scuola gli commissionerà un lavoro. Sicuramente gli proporremo di disegnare un fumetto per un’altra classe, per un altro progetto, per un’altra idea.
Che dobbiamo concentrarci sugli studenti e non più sul programma in nome dell’amore per i nostri dei nostri studenti. Al diavolo il programma! Viva quella possibilità che ogni ragazzo e ragazza possa trovare un’espressione.
Da quando faccio meno informatica, i miei ragazzi sono più bravi in informatica, perché se entro in empatia con tutti i miei ragazzi, allora quasi si vergognano di non studiare. Si vergognano di farsi trovare impreparati. Perché siamo talmente in linea, facciamo la scuola così bella, che si vergognano. Ci riconosciamo. Ho scoperto in molti ragazzi che c’è questa specie di voglia di non deludermi. Ecco: la mettiamo su questo questo piano. Prima di quella verifica, prima di quell’incontro, si preparano un po’ di più proprio per questo motivo.
Noi sappiamo che non è la quantità che fa il risultato, la qualità. Quando all’inizio dell’anno scolastico conoscete una nuova classe, non abbiate proprio timore. Le prime due settimane, il primo mese, non fate la vostra materia. Entrate in empatia. Raccontatevi. I ragazzi amano sentire le nostre storie personali. Noi non le raccontiamo mai. Amano ascoltare le nostre storie. Me ne sono accorto anni fa, quando mi è scappata una cosa privata.
Ho capito che raccontando i fatti privati si crea quell’empatia, con cui cominciano a comprendere che tu non sei il nemico che sta lì, ma uno di loro che ha le stesse debolezze e che fai squadra. Creare questa empatia è bellissimo, perché tu entri in quella classe e la classe non vede l’ora che tu possa entrare a fare qualcosa è vero. Che si romperà un po di più le scatole quando dovrò spiegare qualcosa di informatica. Che preferirebbero fare Lecciopoli, un video su Tik Tok, ma sanno che fa parte del gioco. Non voglio esagerare, ma i ragazzi vengono a scuola volentieri, perché ai ragazzi piace entrare in quest’ambito, viene data vita alla loro creatività. Vengono ascoltati i loro errori, i loro tentativi. Vengono stimolati a fare cose, a fare cose nuove, ad agire.
Con le competizioni non vincono. Non vincono. Ma quella volta che invece arrivano sul podio, quella volta che ricevono il tablet in omaggio, per loro è una cosa strepitosa. Perché lo hanno fatto. Hanno partecipato con un loro prodotto, hanno realizzato mini video, hanno realizzato un testo, ha realizzato qualcosa su un tema qualsiasi. Si sono impegnati. Hanno fatto cose diverse dalla scuola. Hanno applicato creatività e addirittura sono stati premiati.
