Trent’anni anni la fonte del sapere era la biblioteca, era una cosa reale, da toccare con mano, una cosa concreta. Oggi la prima cosa che ti viene in mente è cercare su Google. Ecco: il digitale spesso e volentieri crea questo corto circuito. Ti fa accedere immediatamente all’informazione e tu credi che quello sia reale. Rispetto a questo, Umberto Eco ci ha messo in guardia.
Esistono anche programmi che si chiamano proprio Second life: realtà parallele dove tu sei un avatar, sei un soggetto digitale che vive in questa realtà parallela e lì si possono avverare tutti i sogni del mondo. Credo che la difficoltà più grande oggi sia proprio quella di navigare in questo mondo digitale, della ricerca di informazioni e della seconda vita, il Metaverso di Zuckemberg. D’altra parte è una grandissima opportunità. Pensa agli anziani, ai disabili, alle persone non si possono spostare. Possono visitare i musei, possono fare navigazioni virtuali, possono vedere i quadri, sapere in tempo reale quello che succede dalla parte opposta del mondo. Questa opportunità 50 anni fa non c’era.
La difficoltà più grande è che non si riesce spesso a distinguere la realtà quotidiana, concreta dei nostri affetti, delle nostre relazioni reali, da questo mondo virtuale, che diventa la tua stanzetta segreta, dove tu dialoghi con te stesso e con gli altri. Alla fine vedi il mondo riflesso di te stesso.
Non si insegnano ai ragazzi gli strumenti per poter decodificare questa realtà ulteriore: il digitale fa parte della realtà, non riusciamo a insegnare ai nostri figli come poter vivere anche in quella realtà, a discernere quello che è giusto da quello che è sbagliato o semplicemente quello che è vero da quello che è falso.
La questione è alla base della cittadinanza digitale, perché tu, nel mondo del digitale, poi anche forzare l’opinione pubblica, puoi fare propaganda. Lo vediamo: dagli scandali di Cambridge Analytica, alla pubblicità politica, fino alla guerra. Non avere capacità cognitive per poter decodificare questo mondo digitale fa in modo che tu lo subisca: è una cosa assolutamente reale. Impatta sulle tue scelte quotidiane, da una scelta di un acquisto, a un profumo o a un suono, da un’opinione politica ad una qualsiasi percezione della realtà.
Per vivere la rivoluzione digitale, come in tutte le rivoluzioni, non puoi usare i canoni di decodifica della realtà che esistevano prima della rivoluzione per capire quello che succede dopo la rivoluzione. Sei dentro una frattura: quella frattura dove creare nuovi strumenti, nuovi processi, nuovi valori educativi.
È diventato molto complicato. Questo eccesso di informazioni implica un aumento profondo della nostra capacità cognitiva, per capire e discernere il significato di quelle informazioni.
Il digitale, 01, funziona per logiche acceso-spento dei circuiti, ma i circuiti, le macchine, i robot, l’intelligenza artificiale, qualsiasi cosa tu metti in digitale, non comprende il significato di quello che tu stai dicendo. Può fare delle interpretazioni, è sempre un algoritmo che fornisce l’uomo, ma l’uomo è una macchina superiore rispetto alla macchina fisica del digitale. Deve fare l’uomo: deve avere capacità cognitive molto profonde, di poter accedere la fonte, di poterla decodificare, visualizzare, anche con strumenti differenti rispetto a quelli classici.
La scrittura è abbastanza inutile oggi nel terzo millennio, se vuoi usarla come unico strumento per decodificare il mondo. Il digitale aiuta tantissimo in questo, ma non basta. Ci vuole il testo, la scrittura, il video, ci vuole la complessità. In una società fluida, come dice Bauman, la complessità ha messo in ginocchio la nostra capacità culturale di capire il mondo che ci circonda.
La tipografia è stata uno strumento tecnologico fondamentale per normalizzare l’accesso un testo scritto. Il digitale è andato oltre. Ha creato i font. C’è la nuova professione dei designer, che sono capaci di trasformare un concetto in una forma visuale e spesso infografica, in mappe che ti permettono di cogliere il significato più profondo di quello che, con una tabella asettica di numeri, non riesci a cogliere o non riesci a trasmettere.
Ci vuole una capacità di andare oltre e mixare per passare, dopo la rivoluzione digitale, a un nuovo mondo.
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È che tutti ci prendiamo cura di tutti. È il rapporto con l’altro. Superare il nostro limite diventa proprio un’attitudine e ci aiuta a vivere meglio. Quel momento di non sapere cosa fare lo viviamo emotivamente e in maniera creativa. Allora capisci quanto è forte, quanto è ampio e quanto è straordinaria la vita. Capisci che tu, in realtà, sei un pezzetto che si può aprire e che può, grazie agli altri, diventare un puzzle molto più grande e scoprire tante strade.
Non c’è proprio un limite tra la verità e la finzione. Sono veri fino in fondo e questo lo abbiamo scoperto, anche facendo le prove con Francesca cosa per il Diario di un brutto anatroccolo. Per Francesca non esisteva una prova. Per lei fare quella scena e ripeterla dieci volte voleva dire fare la scena esattamente come lei voleva farla per dieci volte di seguito, con la stessa carica di emotività e di sofferenza. Veramente si caricava di un’energia straordinaria. Era completamente dentro e non ammetteva che gli altri non fossero dentro allo stesso modo come lei. Non era concepibile fare una cosa in maniera approssimativa. La prova, così come lo spettacolo, era esattamente come doveva essere: totalmente dentro, dall’inizio alla fine.
Nel momento in cui si lavora sono talmente presenti che sono spiazzanti, anche rispetto all’approccio.
Il principe azzurro di Cenerentola non è il principe azzurro canonico. Questo principe azzurro è obeso: molto bello, ma tenerissimo. Un essere fragilissimo, con una carica poetica importantissima. Anche il loro il codice che instaurano in scena è meraviglioso. lo reinventano in quel momento. Nel loro modo di comunicare, da due mondi totalmente lontani e alla fine estremamente vicini, c’è ognuno di noi, che può scoprire di essere un cigno.
Questa diversità è qualcosa che abbiamo tutti quanti. Usando il pretesto di Francesca, fondamentalmente raccontiamo noi stessi e tutti i momenti della vita in cui ci sentiamo emarginati, non accettati, non accolti, inadeguati.
Attraverso Francesca ogni spettatore rilegge la sua storia. Rilegge i momenti in cui s’è sentito tagliato fuori dalla vita, da quella che gli altri intendono normalità.
Noi abbiamo avuto l’approccio di artisti, ma il nostro ruolo superava i limiti delle categorie. Questo progetto ha mischiato così forte le nostre carte, che anche noi siamo stati toccati in maniera molto forte. Così forte, che abbiamo deciso che da ora in poi creiamo un laboratorio permanente per persone con disabilità. Non cerchiamo di ospitare nella nostra programmazione degli spettacoli con artisti disabili o che trattano temi che riguardano persone con disabilità. È una nuova sfida. In tutti i laboratori cambiano le persone e devi costruire un linguaggio comune.
C’è questa cosa: io sono più per lo spiazzamento totale. Le persone sono spiazzate. Ce lo hanno detto. Non riescono a capire. In Hubu Re succedeva. Non riuscivano a capire il confine, fra il normale e il no. C’era una tale armonia tra gli attori con disabilità e senza, c’era una tale follia, la follia comune di tutto questo gruppo, era indecifrabile, era indefinibile.
E quando la gente vedeva Hubu, Hubu Re, abbiamo visto persone che alla fine dello spettacolo ridevano, erano felici. Questo per noi era il termine giusto del risultato, dell’atto comunicativo. Sulla scena portano la loro isteria, il loro diventare fumetto.
Dove sei, padre Hubu che ti acchiappo.
Da lassù.
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Tu mi devi scusare. Sono anche un po’ filosofico. Unisco la teoria alla pratica: è la vita che mi ha colpito molto. Le parole hanno visione. Lo vado ripetendo ed è per me una provocazione costante.
Emmanuel Lévinas è un filosofo lituano che ha scritto dei libri. Li ha scritti in un campo di concentramento, da un’esperienza profonda di vita e di sofferenza. Quindi non puoi dire che questa sia una filosofia disincarnata. Dice una cosa che mi ha molto colpito, proprio riguardo le parole. Dice che il discorso in terza persona, fra me e te, su quella persona, è un discorso per lui, in parte, violento, perché è sempre un tentativo di incasellare l’altro.
La parola alla seconda persona è la mia vita nella baraccopoli.
Certo non possiamo fare almeno di usare la terza persona, ma la parola che crea pace, che lancia i ponti, che realizza comunione, perché la parola è potentissima, è una parola alla seconda persona, plurale, singolare ma alla seconda persona.
Questa è la mia vita nella baraccopoli, perché quando vado lì io non vado a insegnare, ma incontro dei volti, tendo la mano, dico qualcosa, faccio una battuta.
A noi del Sud ci insultano. Quando ci vogliono insultare dicono che siamo Africani. Io la dico questa cosa agli Africani. Qui non è un insulto: è un complimento essere Africano, perché subito stabilisce un contatto.
Che cosa mi aiuta a stabilire un contatto impedibile con queste persone: quando entro in una baraccopoli non dico sono un frate, sono un prete, sono un docente, perché la gente povera già ti mette dieci chilometri sulle nuvole e ha paura pure di parlare e di relazionarsi con te.
Allora io dico il mio nome. Il mio nome Marangi, in swahili, si legge Maranghi e sono fortunato, perché quel Maranghi è facile ricordare. Perché “ranghi” significa colore, “maranghi”, tanti colori. Se dicessi Ettore, quel nome straniero sarebbe difficile da ricordare.
Io sono nella nudità della mia umanità, io sono Maranghi tu sei Camànde, che significa lenticchia.
Là ognuno ha i suoi nomi. Ci incontriamo con gli occhi. Un sorriso, una parola, ci si conosce. Si crea una comunione immediata, unica, al di là di tutto il nostro curriculum.
E non è solamente per gli Italiani del Sud, perché io sono andato anche con il ragazzo di una dottoressa molto seria di Liverpool. Lui, con tutti questi piercing, con i capelli lunghi, era capace con due parole di creare comunità.
Questo è rivolgersi, l’espressione anche, non solo la parola.
Vi dico come si dice “Sì” in Runyankole, una lingua dell’Uganda. Sono molto importanti gli occhi, per cui questi dizionari delle lingue africane non si possono creare senza le figure, senza i video.
Se uno ti deve dire Sì, te lo dice con gli occhi. Capite? Ci vuole il tono degli occhi: è una sola cosa. Solamente un sì ti apre il cuore.
Nella lingua Kiswahili non esiste la differenza tra uomo e donna, tra fratello e sorella. Un essere umano è un essere umano. Io sto dicendo il maschile e il femminile. Questo è importante, perché per loro non fa più differenza essere incluse nel maschile plurale.
Se da noi facessimo un esperimento a scuola: per un giorno utilizzare il femminile plurale per i maschi e le donne, ci sarebbe una rivoluzione. Siamo abituati a un discorso di oppressione e non ce ne accorgiamo più.
Ndugu: fratello, sorella. Muhalimu: maestro, maestra
Mgeni in swahili significa ospite e straniero. Non c’è nessun straniero. Non esiste uno straniero in swahili che non sia un ospite.
Le parole portano anche una visione del mondo. Costruiscono questa pace, costruiscono questa realtà.
Un’altra cosa importante delle parole dell’Africa
La giustizia nel mondo occidentale devi pagare l’avvocato, il processo, la prima istanza, la seconda istanza, la terza istanza. E tutto il personale alla fine è un fatto. Si stabilisce chi ha torto e chi ha ragione. Si accettano le conseguenze: è una giustizia molto pragmatica, che non ha un valore morale, che non coinvolge il cuore delle persone. Il giudice non se ne frega se tu piangi o no. Ci sono delle prove, si va avanti. Questa non è la tradizione africana, l’attenzione africana.
Non si paga ed è molto immediata. Dovrei dire come funzionava, perché non esiste più, ma in alcuni casi gravissimi, come per i genocidi in Ruanda, è stata utilizzata ed è chiamata con una parola che viene dal portoghese e che ha assunto un significato dispregiativo in inglese. La parola con cui all’inizio sono stati chiamati questi tribunali africani è Palaver, che deriva da Parola: gli occidentali l’hanno vista in un senso dispregiativo: parolaio. Invece no: è molto interessante.
Succede un problema nella nostra cittadina, nella nostra scuola? Potremmo utilizzare il metodo africano.
Innanzitutto tu vivi in una rete di relazioni.In Africa c’è un legame familiare tra tutti. Nessun è estraneo, perché l’Africa è organizzata attraverso comunità, questo stare in relazione. Il singolo isolato non esiste. È la filosofia dell’Ubuntu: una persona è le persone.
Se succede un problema fra noi due, anche molto serio, io te e le persone coinvolte, tutte quante, ci incontriamo sotto un albero. Cominci a parlare tu. Non ti interrompe nessuno, finché non finisci. Poi parlo io. Non mi interrompe nessuno, finché non finisco. Poi tu puoi ancora continuare. Insomma, noi non ci alziamo da là, finché la pace non è stata ricostruita. Non c’è primo grado, istanza, appello, chiacchere. Non c’è avvocato. Stiamo là. Dopo che noi abbiamo finito, si ascolta la comunità, quello che c’è da dire. Solo alla fine, senza alzarsi, si pronunciano gli anziani, i capifamiglia più importanti le capefamiglia. Non ci alziamo. Ci sarà anche una pena da scontare, ma non ce ne andiamo, se prima io e te non ci siamo riconciliati davanti alla comunità, perché il veleno della discordia non deve continuare a serpeggiare all’interno della comunità. È un’altra modalità di creare ponti e pace, di evitare spargimenti di sangue.
Ti ho dato un po’ di idee su cui riflettere.
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Ho letto le tracce. Ci sono cose che mi hanno colpito particolarmente.
Avete capito perfettamente che il muro è esattamente il contrario di un ponte. Mentre il muro separa, il ponte unisce. Il ponte, in realtà, è qualcosa che scavalca. Allora forse dovrebbe essere importante ricordarsi che un ponte può essere alto abbastanza da scavalcare anche un muro. Forse questa potrebbe essere una prima immagine guida per il vostro progetto: ogni volta che vi trovate davanti a un muro, ricordatevi che è sempre possibile costruire un ponte talmente alto da scavalcarlo. È un segno di grandissima condivisione.
Condividere con gli altri quello che si sa è il primo modo per costruire un ponte. e quindi questa cosa di vedere il ponte che scavalca il muro è l’immagine del lavoro che facciamo nel nostro secolo.
È molto forte questa immagine: l’idea che siamo tutti sotto questa unica pelle, come se fosse una coperta, una tenda che ci copre tutti, uno strato cutaneo di cui non importa assolutamente il colore.
La pelle che ci copre tutti potrebbe essere un’altra immagine guida molto forte, che serve per affrontare il rapporto tra le persone.
È importante sapere che ci sono queste due immagini che ci possono guidare. Ponti che scavalcano muri, ma anche un rapporto interpersonale tra le persone, fatto in modo tale che ci si ricordi che siamo tutti sotto la stessa tenda e che la ferita inferta alla pelle di uno, fa male a tutti gli altri. Questo è interessante. Tenete anche questa come immagine.
Spero che voi nella vita siate così fortunati. Sono sicura di sì. Ne ho avuti alcuni, un paio, che mi hanno cambiato la vita. Nel senso che mi hanno insegnato delle cose, anche abbastanza noiose. Per esempio il valore dello studio, il valore dell’applicazione e il valore della cultura classica: cose un po’ volatili ma altrettanto importanti. La prima delle quali è non lasciare che nessuno ti dica che è una cosa che non puoi fare. Questo insegnamento mi è stato dato da un docente delle scuole superiori. Ho provato ad applicarlo più volte
La storia di Matera 2019 Capitale Europea della Cultura è diventata realtà. Partivamo, non dico svantaggiati, ma con un minimo di incredulità da parte di tutti, degli stessi materani. Probabilmente però, con una grandissima applicazione rimanendo col sedere sulla sedia e lavorando moltissimo pancia a terra, alla fine abbiamo raggiunto un risultato che era abbastanza impensabile all’inizio.
Mi è tornato in mente questo insegnante del liceo. Diceva:
Qualunque cosa vogliate fare, avete il dovere almeno di provare. Cioè: non lasciate che nessuno vi scoraggi dall’inizio. E questo vale per tutto. Vale per lo studio, vale per il lavoro, vale anche per te.
Avere in testa l’idea che qualunque cosa vogliamo fare, con molto impegno possiamo almeno provarci. Non è detto che ci riusciamo, ma possiamo almeno provare.
Questa è la terza immagine da considerare, nel momento in cui scriverete il progetto, ma anche dopo.
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Permette di avvicinare le persone: è una possibilità di facilitare il dialogo. Attraverso lo sport usiamo un linguaggio universale. Un altro tema è la condivisione di regole: avere tutti la stessa capacità di essere compresi e di dire delle cose che abbiamo un senso per l’altro.
Lo sport riesce a creare ponti, per declinare grandi temi in azioni territoriali concrete.
Lo sport non è solo in questa missione.
Abbiamo immaginato che avvicinare dei linguaggi differenti fra loro con un filo conduttore comune, che ci permette di ragionare su obiettivi condivisi, fosse la scommessa vincente. Abbiamo fatto questa scommessa utilizzando un momento della nostra città, il tempo di Matera 2019 Capitale Europea della Cultura, che ha permesso a tante organizzazioni locali di entrare in contatto con un vasto panorama di organizzazioni nazionali ed internazionali, utilizzando soprattutto la parola “cultura” e la leva della cultura come leva dello sviluppo territoriale.
Capire quali siano le regole, condividere gli obiettivi con gli altri ci pone in un confronto che è soprattutto ascolto.
Mettersi insieme, con una dimensione nazionale e internazionale ci ha permesso di ragionare su un tema: la città che esprime bellezza nei luoghi meno vissuti. La capacità di generale valore e bellezza nei luoghi meno noti, invertendo la tendenza, dal centro alla periferia.
Quello più semplice che abbiamo pensato di attrarre è quello dell’arte urbana. Partendo da dei bozzetti fatti con i ragazzi della Scuola Media, con i docenti di riferimento, con le organizzazioni degli artisti che ci hanno supportato.
Abbiamo immaginato di creare questo lavoro: playground e arte urbana, che diventa funzionale al gioco. L’idea era creare nei quartieri, nelle comunità piccole di riferimento, riproponendo il tema del vicinato, un tema a noi caro, degli antichi rioni dei Sassi.
Creare una suggestione, una comparazione, fra il vicinato ed il campo, il luogo, la piazza di quartiere, che ritornano ad essere focali e centrali per le comunità.
Sport e arte urbana con linguaggi accessibili a tanti, hanno permesso di coinvolgere più persone.
La co-progettazione è nata attraverso il coinvolgimento dei cittadini residenti, delle scuole di riferimento che erano lì.
Uno dei valori di questo progetto è la messa in campo di dinamiche partecipative. I cittadini si riappropriano del processo decisionale, hanno la possibilità di incidere sul loro ambito di riferimento.
Abbiamo immaginato che la città, ormai, ne avesse bisogno: la possibilità per tutti i cittadini, di essere in grado di partecipare ai processi decisionali, prendendosi cura, utilizzando e facendo in modo che la fruizione di questi beni sia di tanti, con una gestione condivisa.
Abbiamo immaginato quanto realmente ci sia bisogno di spazi all’aperto comuni e condivisi, che permettano a più generazioni di entrare in contatto: una cosa che si è persa. Abbiamo immaginato di dover rinforzare questa ricerca di relazioni, di agevolare i ponti e le comunicazioni, di operare praticando l’errore per crescere. È mettendosi alla prova che si riesce a maturare, a costruire e a comporre lo stesso arcobaleno.
C’è bisogno di un confronto. E la città è il campo in cui sperimentare la riprogettazione, la rigenerazione urbana, con gli spazi negati, non solo a causa del Covid, ma perché sono stati pensati in modo non partecipato e subiti e non frutto di decisioni condivise.
Immaginiamo che la capacità di mettere in relazione più generazioni, più fasce sociali e, soprattutto, più culture, sia il centro del lavoro. Noi lavoriamo sulle differenze, sulla capacità di generare valore attraverso le differenze, andando a sentire i bisogni delle persone di tutte le fasce di età, per portarle in relazione, con un linguaggio semplice e accessibile a tutti. Lo sport ci facilita in questo.
Il linguaggio del corpo non mente, è alla base di tutto, ha la capacità di essere comprensibile per tanti.
Non c’è bisogno di gesti eroici, di atti eclatanti. C’è bisogno del quotidiano, di essere cittadini. Significa essere consapevoli del proprio ruolo. La cittadinanza attiva si esprime attraverso la capacità di trasformare nel quotidiano le nostre comunità ed essere un’agente che possa portare valore alle nostre comunità.
Quanto oggi c’è bisogno di partecipazione nei termini di un coinvolgimento nelle decisioni? Quanto siamo lontani dai processi decisionali? Quanto i ragazzi sentono questi temi lontani da loro? C’è bisogno di costruire questa cultura. Se riusciremo a facilitare questo percorso di avvicinamento, dal cambiamento alla capacità di essere protagonisti, secondo me avremo fatto un buon lavoro.
In copertina, la nebulosa Granchio associata alla supernova SN 1054
]]>Mi sembra una traccia molto importante, molto, molto reale.
A me viene spesso utilizzare questa metafora: pensare ai libri come qualcosa che ci aiuta a comporre il nostro volto. Io penso che noi nasciamo con un volto fisico, ma il nostro vero volto, la nostra identità più intima e profonda non la conosciamo in realtà. La scopriamo strada facendo nella vita.
Una delle cose a cui io ho sempre pensato è che i libri hanno questa funzione sacra, una funzione conoscitiva estremamente importante: noi leggiamo un libro e aggiungiamo una tessera al mosaico del nostro volto.
Chissà se arriveremo un giorno a conoscere per intero questo volto. È nella misura in cui noi conosciamo chi siamo più in profondità che possiamo essere maggiormente liberi.
Se ci pensi, noi viviamo in un tempo che ci spinge alla frenesia. Questa frenesia non può che generare un modo di vivere superficiale.
La lettura ci permette di entrare in un altro tempo. Non è il tempo della frenesia, dell’anestesia. È il tempo del risveglio. Quando noi leggiamo abbiamo questa possibilità di scendere in profondità e come dice James Hillman quando scendiamo in profondità noi troviamo l’anima: la nostra anima individuale, ma anche l’anima mundi, l’anima del mondo. Io collegherei queste due aspetti. Ci sono tante forme di libertà. Una tra queste, una delle forme che a me sta più a cuore, è la libertà interiore, la possibilità di una liberazione interiore scaturita dalla conoscenza di se stessi, dalla conoscenza della propria anima individuale. E c’è l’anima mundi. Poi, anima mundi e anima individuale confluiscono, diventano un tutt’uno.
Sarebbe bello pensare alle librerie come luoghi in cui uno va per liberarsi ed è bella questa cosa se ci pensi, perché tutti noi facciamo questa esperienza, che ha un po’ del magico. Tu vai in una libreria e ti senti attratto. Non sai bene perché. Ci passi del tempo e poi quasi sempre succede che incontri un libro e questo incontro è magico. Mi piace pensarlo proprio nella direzione di questa nostra conversazione. C’è l’idea che io vado in una libreria e li accadrà un incontro che io non ho previsto, non ho programmato, non ho progettato. Ma quell’incontro c’è e mi libererà e mi permetterà di dare uno sguardo diverso a delle cose che in questo momento stanno accadendo nella mia vita. Certe volte addirittura un libro può direzionare una decisione importante che dobbiamo prendere, definire una strada su cui siamo insicuri.
Questa cosa qui per me è straordinaria: questo potere dei libri è liberatorio, è il potere di direzionare le nostre vite.
Penso che ci sia come una circolarità. Io metto in circolo dei libri che magari libereranno altre persone, ma prima sono stato liberato da quel titolo, perché la lettura, l’incontro con quelle parole di un libro, mi ha toccato e in qualche misura deliberato.
Se ci pensi, il mio cammino di editore si è fatto attraverso l’incontro con un libro. Faccio l’editore perché ho letto un libro di Christian Bobin. Quel libro mi ha toccato e liberato. Mi ha condotto in cammino, forse verso una progressiva e infinita liberazione. Ho scelto di fare l’editore perché volevo pubblicare gli altri suoi libri ancora non tradotti.
Nel nostro cammino in questa vita, nel nostro cammino personale e professionale c’è una reciprocità. C’è un incontro con un libro che ti libera, poi tu lo pubblichi e questo movimento che prima hai vissuto nella tua solitudine, nella tua vita personale, va a toccare le vite di tante altre persone.
È molto bella la storia di una ragazza che legge i libri e lascia sempre una parte non letta. Ha del poetico. Non riesco a sapere, a capire bene perché, però mi arriva con una bellezza questa cosa qui. È come lasciare la porta aperta. Lo trovo molto poetico. Potrebbe essere un’ispirazione per scrivere una storia, un libro.
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Mi sono resa conto che da lì si può partire, per vedere le cose in maniera diversa.
Ci sono dei mondi nascosti, degli immaginari sommersi e da lì ci si può immaginare sommersi. Se lo si fa all’interno delle parole, un po’ si sensibilizza quel catalogo degli sguardi, che possiamo un po’ sensibilizzare.
Se consideriamo proprio la parola Errore, in un semplice gioco letterario, sappiamo che dentro c’è la parola Eroe. E uno dice:
– Vabbè è un caso, perché si vede: è lampante.
Quando qualcuno mi dice che è un caso, io gli dico va bene e uno si può fermare lì.
Ma se mi spingo un po’ oltre, se metto in campo questo catalogo degli sguardi allora, lo dovrei trovare solo lì. E allora mi dico:
– Sì, effettivamente Lidia, dovrei evitarlo l’errore: l’errore bisogna evitarlo.
Ma la costa strana e interessante è che dentro la frase L’errore bisogna evitarlo, se si vanno a togliere tutte quelle letterine lì che non ci piacciono, troviamo un’altra frase, che è L’errore sogna vita.
Lì uno dice:
– No, aspetta: non è più un caso. Perché poteva andare bene una volta. Due volte già è un po’ diverso.
Uno ci pensa un po’ di più e mi è capitato di pensarci un po’ di più. Mi dico:
– Va bene. Allora: se l’eroe è dentro l’errore, bisogna avere coraggio per poter operare in maniera consapevole, perché se tu sbagli, tu erri in maniera inconsapevole.
Ma prova a sbagliare in maniera consapevole: non ci riesci.
Quando mi capita che gli insegnanti mi chiedono delle linee guida, dei pacchetti già prestabiliti di risposte, delle chiavi di lettura, io dico che dobbiamo parlare di scarabocchi. Lo scarabocchio ci interessa poco, perché c’è poco da poter analizzare.
Prova a fare uno scarabocchio in maniera consapevole: non ci riesci. Perché l’errore, quando è ricercato, è difficilissimo, è un’opera d’arte. E allora mi dico:
– Va bene, se funziona quell’errore, sarà anche lì un caso. Anche se l’eroe sogna vita, l’errore bisogna evitarlo.
E allora prendiamo un’altra parola che ci riconduce all’errore. Prendiamo la parola Sbaglio.
Anche qui succede una cosa interessante, perché nella parola Sbaglio, se togli quella S e ci aggiungi qualcos’altro, lo sbaglio ricorda un po’ l’abbaglio. Giustamente uno dice:
– Ho preso un abbaglio questa mattina: è sbagliato!
E quando avviene l’abbaglio? Se ci pensiamo bene, l’abbaglio avviene quando c’è tanta luce e da qui – mi viene un po’ da ridere – mi son detta:
– Un po’ nei percorsi di vita, anche con amici è capitato il Domino Poetico, quel gioco che facciamo proprio sulla scia dell’errore, senza sapere quello che ti capita dopo, ma riuscendo a trovare un anello di congiunzione, che possa legare due cose.
L’errore ti seleziona quel momento, lo sa fare proprio quel gioco, che a noi piace tanto fare con le parole, perché siamo innamorati di parole. Quel gioco di selezione moltiplica sottraendo, perché noi creiamo nuovi significati togliendo roba
E qui, dall’errore, dallo sbaglio, dall’abbaglio, dalla troppa luce, si passa anche al discorso dello scarto. Perché quello abbiamo fatto: noi abbiamo preso delle lettere che non ci servivano, le abbiamo scartate.
Ci sono tantissimi progetti sul territorio, non solo non solo dove abito io, dove proprio lo scarto e ci porta a riflettere che lo scarto è prezioso quanto lo scelto, proprio per questo discorso del parole
Che poi si potrebbe fare anche un altro discorso sulla parola legare: è tutto un discorso su come si guardano le cose. Se si è attenti, si è consapevoli del fatto che si sta guardando solo da un proprio punto di vista, non dal tutto. E che quindi quella cosa, l’errore, la sto guardando dalla mia finestra di osservazione. Devo essere certa e sicura che non è la vicenda del gruppo, è solamente una parte.
Bateson ce lo diceva che dobbiamo mischiare i pezzi, per poter tirare fuori nuove idee.
Io penso che tra l’errore e l’eroe, tra lo sbaglio e l’abbaglio si potrebbe ragionare un po’ in merito a questo. L’errare non solo come sbagliare, come abbagliarsi, l’errare anche come procedere senza una mèta.
Ci sono degli errori famosi molto importanti, come la penicillina: non la voleva inventare. Vagava per varie stare. Ed è capitato. Sì, è un errore, funzionale, ma è proprio nell’errare, quando ti capita, devi girate attorno al blocco, alla sua impalcatura.
Noi siamo legati al centro della Terra per la forza di gravità, ma ad ogni passo, in realtà, noi perdiamo l’equilibrio. Noi procediamo, andiamo avanti, erriamo, sbagliamo, procediamo per errori. Perché in quel momento, mentre alziamo il piede e lo portiamo avanti di un passo, in realtà stiamo cadendo. Non cadiamo perché dietro a quell’errore ne sta partendo un altro, che l’altro piede. C’è questo questo legame, di cui parlavamo prima.
La caduta fa parte della vita, però anche qui le parole ci vengono in soccorso se non le guardiamo solo da un unico punto di vista, perché dentro la parola Caduta, sempre facendo lo scarto, c’è un’altra parola, che è la parola Cauta.
La caduta cauta. Perché c’è Cauta dentro la parola Caduta? Non si sa. Sono tutte congetture, divagazioni che stanno nella mia testa, però può essere un caso che l’errore contenga l’eroe, la caduta la cauta? La caduta cauta può essere un errore tentato in maniera consapevole? Il mio procedere, il mio errare, il mio vagare senza una meta ha al suo interno qualcosa di cauto, di calcolato?
Spesso mi capita quando si portano i bambini fuori. Dicono:
– Vabbè, ma piove. Ci sono i sassi. Mamma mia: c’è un buco. E se si fanno male?
C’è un rischio, che è calcolato, che è quello della caduta, ma in ogni rischio non c’è necessariamente un pericolo.
E quindi non lo so le fesserie che ti ho detto possono essere utili oppure no.
Però ecco: il catalogo ragionato, che sto pensando insieme a Chiara Scardicchio, il Catalogo sragionato degli sguardi può essere utile a tutto questo: quello che dice Chiara, dell’infinitamente piccolo che è all’interno dell’infinitamente grande e viceversa.
Può avere un senso l’eroe dentro l’errore, la caduta cauta. Ma resta il fatto che se vuoi sbagliare in maniera consapevole, non ci riesci. E questa secondo me è alla base di ogni tipo di ragionamento che possiamo fare.
Qui io e te possiamo parlare fino a domani
Però, se tu vuoi sbagliare, resta questo codice: se tu vuoi sbagliare, non ci riesci.
Quello che avviene in maniera miracolosa all’interno di un errore, il miracolo dell’eroe, che all’interno dell’errore, avviene solo mentre stai errando, mentre stai vagando verso un’ipotetica meta e ti perdi. Se lo vuoi fare in maniera consapevole, non ci riesci.
Ma tu sorridi perché non sei d’accordo o sorridi perché sei d’accordo con me?
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Ho studiato il percorso di Terzo Paradiso fatto fino ad ora e onestamente immaginavo che si andasse in quella direzione.
È possibile che la tua traccia, la traccia del lavoro dal basso, cambi nelle sue traiettorie. Il percorso artistico è un percorso imprevedibile. Spesso e volentieri noi cerchiamo l’imprevisto, perché l’errore consente proprio una ricerca nuova, viva e attiva.
L’arrivo in questo in questa regione è stato assolutamente imprevedibile. Mettendoci in ascolto di questa imprevedibilità abbiamo trovato in questa regione e nella sua imprevedibilità, nelle sue spaccature, nelle sue assenze, nei suoi vuoti, proprio la materia che ci ha consentito di costruire un percorso attivo reale con le persone.
Gommalacca Teatro nasce a Potenza da questo nostro incontro, che ci ha dato il modo di farci le domande. Il teatro, l’esperienza performativa, la rigenerazione urbana, i linguaggi che si intersecano alla danza, la musica e cinema sono per noi un grande spazio partecipato in cui impariamo insieme a guardare e a fare le cose senza barriere, senza filtri.
Quella parola, un po’ alla volta, l’abbiamo spostata e dentro è entrata la città, il gioco e la relazione. Quel cerchio si è allargato
È nato nel secondo lock-down, in risposta ad un bando. Wikimedia Italia proponeva un premio di produzione alle compagnie che si sarebbero occupate di fare divulgazione sui personaggi che hanno contribuito alla conoscenza ed alla cultura libera.
Noi facciamo fatto riferimento a tutto quel mondo di ragazze che hanno lavorato in open access.
La nostra ricerca si è concentrata su questo. Con Lavinia Molinari e Miranda Masini, che adesso hanno 18 anni, ho iniziato ad intervistare le Supernove: donne che lavoravano nel campo scientifico. Abbiamo costruito un format di domande legato all’idea di ragazze simili alle evoluzioni delle stelle, da quando nascono, in una nebulosa, a quando esplodono.
Una delle domande formulate dalle ragazze era questa. Vedete? Ci siamo legati. Sono dell’idea che ci sono dei grandi imbuti.
Partendo dalle donne che avevamo intorno Lavinia ha intervistato sua madre, che è un ingegnere idraulico e Miranda la sua. Abbiamo iniziato cercare. Abbiamo contattato su Instagram un ingegnere aerospaziale che lavora per la NASA e abbiamo fatto tutto in lockdown. Raccontavamo che cos’era questo progetto e parlavamo direttamente con le donne che avevamo intervistato: un’illustratrice austriaca che vive in Germania, una programmatrice italiana che vive a Monaco
Abbiamo costruito una nostra rete su quello che cercavamo e abbiamo raccolto moltissimi materiali. È iniziata la seconda fase, il lavoro sulla drammaturgia.
L’abbiamo fatto mixando il lavoro di teatro e dell’osservazione diciamo ispirandoci a Georges Perec, La vita, istruzioni per l’uso, alla descrizione della giornata parigina: l’elenco delle cose dei luoghi. Un lavoro fisico, usando varie tecniche di teatro ed è stato strabiliante, perché abbiamo usato il cellulare e siamo partiti dal nostro dispositivo.
Come faccio performance e spettacolo. Era una cosa dedicata alle ragazze ed ai ragazzi dai 13 ai 18 anni, che generalmente pensano che il mondo scientifico non li riguardi. Abbiamo usato le app contenute nel nostro cellulare, che raccontano la nostra vita. Le abbiamo interrogate, come in uno show: Google Maps, Translate, Spotify, Amazon. Abbiamo iniziato a fare un racconto autobiografico, allestito come una mostra in cui non potevamo usare le parole. Dovevamo far passare tutto attraverso il nostro dispositivo. Quello schermo, collegato al computer, è stato video-proiettato e quella materia, il mio autobiografico attraverso il digitale, è diventata incredibile. Si è connessa ad altre vite, ha portato dentro il racconto delle vite, delle foto che ci sono. I collegamenti: dalla singola foto di quand’ero bambina a un pezzo musicale, da lì ad una mia ricerca su Google. Mentre scrivo, mi esprimo, metto in ricerca le mie parole ed è possibile che escano un sacco di link. Abbiamo usato WhatsApp per costruire un gioco narrativo in cui raccogli i volti, i luoghi, i momenti, che sono i tuoi, ma che diventano pezzi di vita. Si raccoglie l’audio perché molte volte non è semplice parlare, non è semplice per una ragazza dire e dirsi, non è sufficiente la comunità per riuscire a trovare la voce.
C’è stata anche questa cosa molto bella di ascoltare le parole che si riescono a dire quando si è soli, di risentirle insieme e in questo modo siamo entrati nella drammaturgia. Fra le ragazze è entrata Margherita Hack, sono arrivate molte donne dentro la storia.
Abbiamo scelto il setting come se fossero delle conferenze Ted e si è conformato un percorso, per cui lo spettatore vive una prima stanza di accoglienza, con degli schermi in cui c’è la nostra ricerca multimediale proiettata e poi ci si divide per seguire le stelle. E c’è la stanza di Miranda, la stanza di Lavinia… Questo che noi non abbiamo bisogno un teatro, perché in quel momento questo percorso tra la donna, le donne e la scienza è qualcosa di estremamente intimo.
La materia si alimenta, si connette col grande delle stanze quando noi iniziamo guardare il cielo: è quello che diceva Margherita Hack: non guardiamo più cielo. Ed è tutto qui il tema: queste supernove rispondono a queste domande.
Abbiamo riportato dentro quel percorso la ricerca, che è una cosa che non si deve mai fermare. Ti avvicina all’idea del montare, del raccontare così come vuoi, in un modo accessibile a tutti.
In copertina, la nebulosa Granchio associata alla supernova SN 1054
]]>Progetto 2. Le cicatrici importanti per diventare Noi stessi.
Con il passare degli anni le cicatrici creano disagio, ma ti ricordano come fare per rialzarti. Danno coraggio e spinte. Hanno il ricordo, il perché.
Insegno ai ragazzi a suonare insieme, a stare insieme. Mi sono laureata in DAMS e ho creato 30 anni fa, insieme a diversi amici artisti, ARTErìa: un’associazione che ha dentro l’arte, la bottega dell’arte. Abbiamo creato tantissimi tipi di progetti che non hanno solo a che fare con la musica, ma con una ricerca a 360 gradi.
Prima di decidere nella mia vita di fare la musicista, io facevo il Liceo Classico e non riuscivo a capire veramente quale sarebbe stata poi la mia la mia strada professionale, perché durante gli anni di liceo, la cosa più forte per me era il gioco. Eravamo sempre molto felici durante la nostra adolescenza. Ho un ricordo profondo delle materie, che mi piacevano moltissimo e che mi sono portata dietro tutta la vita.
Questa è una cosa che sento di dirvi, perché quando ci si appassiona a 16 anni ad una disciplina, quelle che vivi non sono proprio competenze. Sono curiosità intellettuali. C’era la Filosofia, la Storia e il Greco. Queste tre materie per me erano nuove. Mi hanno aperto una finestra una vera e propria. Era proprio la curiosità di conoscere la realtà o qualcosa che era fuori dalla realtà e quelli erano gli anni in cui io iniziavo a chiedermi che valore avesse la mia quotidianità, quale sarebbe stato il mio futuro. Erano le famose domande esistenziali, che avete sicuramente anche voi e che mi sono portata dietro nel tempo.
Questa cosa del non sapere bene quale sarebbe stato il mio futuro ha fatto sì che io approfondissi veramente tante conoscenze. Dopo però nella vita sono successe una serie di cose, che hanno fatto sì che la mia esistenza cambiasse completamente i suoi colori, i profumi delle note.
Molto spesso nascono da esperienze fortissime e traumatiche, come quelle di Alessandro Santoro. Mi auguro che nessuno di voi possa provare delle esperienze come quelle che stanno provando i giovani della vostra età, che da profughi sono andati via dall’Ucraina e che come tutti gli altri profughi, sono vittime di guerre nel mondo. Una cicatrice che viene fuori dall’essere completamente senza una casa, senza una famiglia, senza tutto il mondo dei ragazzi di 16 anni.
Noi invece siamo fortunatissimi. Le nostre cicatrici oggi sono piccole cicatrici rispetto a questa specie di grafico delle gravità. Ecco, noi abbiamo le nostre cicatrici quotidiane ed esistenziali, ma niente a che fare con quella gravità
Eppure io vi dico che nel passato le emozioni che hanno provocato cicatrici e che hanno caratterizzato i miei passaggi, sono andate a finire in un unico calderone che si chiama musica e anche scrittura.
Fra il 2000 ed il 2010 ho scritto 22 canzoni. I testi erano quadri. La scrittura per me era totalmente esorcizzante. L’arte, la musica, la scrittura, i diari autobiografici, la fotografia, la pittura. Tutto questo è sempre una traslazione artistica di ciò che si vive: è catartico, perché ti porta via una parte di quel dolore, che si sposta attraverso l’arte.
Se io non avessi avuto la musica, penso che sarei finita in un esaurimento nervoso: sarei stata molto depressa. E invece, tutto ciò che era la scrittura, i diari e la musica, mi ha portato in una dimensione talmente alta, che la mia totale quotidianità, i miei dolori quotidiani scomparivano attraverso le note, attraverso la scrittura della musica, attraverso la condivisione della musica.
Sono riuscita a farlo insieme ad altre persone che con me suonavano i pezzi scritti da me, che con me suonavano e cantavano quello che io avevo scritto. Erano con me negli studi di registrazione: quei luoghi dove tu cristallizzi il tuo lavoro musicale, dove metti una pietra miliare: è come fare un quadro che poi viene appeso e diventa parte di una mostra.
La sessione di registrazione diventa il luogo in cui tu scavi profondamente tutte le tue insicurezze, le tue fragilità. Vengono fuori tutte. La musica e l’arte diventano la catarsi l’esorcismo di tutte le sofferenze, di tutte le cicatrici. Vi assicuro che è proprio un modo per sentirsi a tre metri da terra, invece che nel fango e nella disperazione. Ci si sente sollevati verso l’alto.
È un modo di volare molto costruttivo quello di fare musica e di fare arte nell’arte.
Molto spesso succede che tutto quel mondo filosofico e poetico viene letteralmente catapultato dentro quel tipo specifico di arte che si fa. Ecco perché è importante, da 16 anni in poi, capire qual è la strada dei propri perché e delle proprie risposte
Mi mettevo la sera a letto. Scrivevo il mio diario a fine giornata. Avevo le mie cuffie con cui ascoltavo la musica che mi piaceva, che non era la musica che io suonavo. E volavo, piangevo, ridevo. Ma soprattutto scrivevo. E mi rendevo conto che, dopo aver scritto due pagine, quelle erano per me uno sfogo fondamentale.
Questo diario quotidiano scritto per anni, le agende, i quaderni. Mi rendevo conto che era un modo terapeutico per me. Perché scrivere e poi rileggere quello che è scritto ti rende consapevole che, mentre tu lo fai, quella cosa, che è come una specie di peso enorme che tu hai dentro, diventa immediatamente leggera, quasi scompare.
Non sapete quanto mi vergognavo quando rileggevo i miei stessi diari. Mi rendevo conto che erano frutto proprio di un inconscio che scriveva. C’era la parte di me più istintiva e il giorno dopo, che era già un altro giorno, avevo di nuovo la vita in mano, perché quando si è piccoli, il giorno dopo è un giorno bellissimo. Si diventa di nuovo leggeri, come sempre. Così, quando rileggevo quelle cose pesantissime che avevo scritto, quasi mi vergognavo: ma com’è possibile che io in quel momento stessi così male? Come facevo ad essere così innamorata o così arrabbiata con mio padre o con mia madre o con il mio compagno di classe o con l’insegnante che mi aveva messo tre.
Un profondo e appassionato lettore, quando scrive un diario, inconsapevolmente inizia a scriverlo talmente bene, che diventa arte anche quello che nei primi tempi è solo un diario autobiografico.
Può essere anche il modo meraviglioso per diventare scrittore.
La scrittura ha sicuramente un potere catartico, ma diventa una cosa sempre più colta. Da un’idea può nascere una specie di racconto autobiografico. Questo racconto può essere anche completamente fantastico: una cosa che apparentemente non ha niente a che fare con la tua vita quotidiana. Anche i racconti fantastici hanno sotto dei dischi di lettura, degli strati inconsci: la passione da cui può nascere veramente la capacità di scrittura.
Penso che tutte le arti, tutte le arti nessuna esclusa, ci sono nella ripetitività della ricerca dell’immagine. Quando tu hai una visione, giungono chiaramente le prime forme artistiche.
Se lo fai tutta la vita, fare l’artista diventa la tua professione. Alcuni si scoprono scrittori, musicisti, appassionati di teatro. Magari in una età diversa, ti rendi conto che non ne puoi fare a meno.
Quando inizi a non poterne fare a meno, quel tutto diventa parte di te.
Quando al Liceo ho scoperto la filosofia, da quel momento in poi, si è aperto uno scenario nella mia vita, che mi ha posto le questioni esistenziali come una cosa urgente da risolvere. Qualcosa che toccava corde profonde e che era sempre accompagnato da problemi esistenziali forti.
In qualche maniera, devi continuare a scrivere, devi continuare. Devi continuare, perché se è una passione, quella diventerà una cosa che ti porterai sempre dietro.
In copertina: R. Magritte, La freccia di Zenone, 1966
]]>La scelta che ho fatto io nella vita è sempre stata quella di provare a occuparmi delle cicatrici degli altri.
Il lavoro che faccio legato alla disabilità mi ha sempre posto di fronte a questo, a quelle cicatrici che sono degli altri. Poi, a un certo punto, nell’andare avanti nella vita, mi è capitato di viverlo su me. Io che mi sono preso cura delle cicatrici degli altri ho cercato di capire come si affrontano queste cose e ho dovuto prendermi cura delle mie cicatrici. Le ho sentite anche nel nel dolore fisico e nel mio corpo.
Ti dico quello che faccio io, quello che mi è capitato di fare su me stesso.
Con il passare degli anni creano disagio, ma ti ricordano come fare per rialzarti. Danno coraggio e spinte. Hanno il ricordo, il perché.
Sei nel secondo cielo, il Cielo di Mercurio, che si apre per amore, per gloria e fama terrena. Contiene le cose per cui ti alzeresti ogni giorno alle cinque del mattino. L’idea parla delle nostre cicatrici: servono per segnare l’identità. Si racconta come ci si sente con gli altri. Aiutiamo a pensare e a concentrare il pensiero. L’obiettivo è cambiare qualcosa per fare emergere la verità dell’umanità. Questa cosa accade se i docenti hanno persone davanti, non carte. Vogliamo superare muri che non si vedono, per provare l’emozione di ascoltare le mie parole che tornano: pezzi di me negli altri. L’aula è dove costruire silenzio e rumore. Questa visione vuole proteggere la vita sott’acqua.
In copertina: Bianco-Valente, Illimite.
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